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Ruggi, piano di rientro firmato dalle RSU: cresce la rabbia tra i lavoratori

05/08/2026

Una firma destinata ad alimentare polemiche e a lasciare una frattura profonda tra i lavoratori e una parte delle loro rappresentanze sindacali. Secondo le informazioni circolate nelle ultime ore tra il personale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria "San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona", alcuni componenti della RSU avrebbero sottoscritto il piano di rientro relativo al pesante disavanzo accumulato sui fondi contrattuali. Una decisione che, qualora venisse confermata dalla pubblicazione degli atti, rappresenterebbe un colpo durissimo per i dipendenti, chiamati a subire per quindici anni gli effetti economici di errori gestionali, contabili e amministrativi dei quali non possono essere ritenuti responsabili. Sulla vicenda sarà necessario attendere la pubblicazione dell’atto ufficiale per conoscere con precisione il contenuto dell’accordo, i nomi dei sottoscrittori, le eventuali posizioni contrarie e soprattutto le conseguenze economiche che potrebbero ricadere sul personale.

Il dato dal quale partire è tutt’altro che marginale. Le informazioni circolate tra i lavoratori parlano di un disavanzo di circa 28 milioni di euro riguardante i fondi contrattuali del personale del "Ruggi". Non si tratterebbe, dunque, del passivo complessivo dell’Azienda ospedaliera, ma di uno squilibrio relativo alle risorse destinate alla contrattazione integrativa e agli istituti economici accessori dei dipendenti. Il piano illustrato durante la delegazione trattante avrebbe una durata di quindici anni, con una quota annuale di circa 1 milione e 877mila euro. Moltiplicando la somma per l’intero periodo si arriva a oltre 28 milioni di euro, cifra sostanzialmente corrispondente al disavanzo indicato. Ed è proprio su questo punto che monta la protesta. Con la sottoscrizione del piano, una parte della rappresentanza sindacale avrebbe di fatto accettato che il peso del disavanzo venisse scaricato sui fondi destinati ai lavoratori. Una scelta considerata da molti dipendenti incomprensibile e contraria alla funzione stessa del sindacato, che dovrebbe difendere il personale e non sottoscrivere accordi capaci di comprometterne il futuro economico.

I lavoratori hanno ricevuto stipendi, indennità e trattamenti accessori sulla base di atti adottati e autorizzati dall’Amministrazione. Non sono stati loro a predisporre i fondi, certificare le risorse, approvare i bilanci o controllare la correttezza delle procedure contabili. Eppure sarebbero proprio i dipendenti a dover pagare il conto. Per quindici anni, risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per progressioni economiche, indennità, premialità, incarichi di funzione e contrattazione integrativa rischierebbero di essere assorbite dal piano di rientro. Non è sufficiente presentare l’accordo come una soluzione necessaria o come il male minore. Il compito di una rappresentanza sindacale non dovrebbe essere quello di scegliere in quanti anni far pagare il disavanzo ai dipendenti, ma quello di impedire che le conseguenze di eventuali errori amministrativi ricadano su chi non li ha commessi. Firmare un piano di rientro tanto lungo significa assumersi la responsabilità di una scelta destinata a condizionare la vita professionale ed economica dei lavoratori per un periodo enorme.

Quindici anni non rappresentano una misura temporanea. Sono una parte significativa della carriera di un dipendente. Significano risorse bloccate, opportunità ridotte e una contrattazione aziendale che rischia di restare paralizzata per oltre un decennio. Resta dunque una domanda politica e sindacale alla quale non si può sfuggire: perché alcuni componenti della RSU avrebbero deciso di sottoscrivere un impegno economico così pesante senza rendere pienamente partecipi i lavoratori? Essere eletti nella Rappresentanza sindacale unitaria significa ricevere un mandato preciso: tutelare i dipendenti, informarli preventivamente sulle decisioni più importanti e rappresentarne le esigenze davanti alla Direzione aziendale. Una firma su un piano destinato a incidere sui fondi contrattuali per quindici anni non può essere considerata un semplice adempimento tecnico. È una scelta politica e sindacale che, nei fatti, rischia di andare contro gli interessi delle persone che i rappresentanti erano stati chiamati a difendere. Prima di firmare sarebbe stato necessario convocare assemblee, spiegare dettagliatamente le cifre, illustrare tutte le possibili conseguenze, presentare le eventuali alternative e ottenere un mandato chiaro dai lavoratori.

Decisioni di questa portata non possono essere assunte nelle stanze della trattativa e comunicate al personale soltanto dopo la sottoscrizione. Proprio il 5 agosto era stata convocata un’assemblea dei delegati RSU del Ruggi per discutere, tra gli altri argomenti, del piano di rientro, dei fondi per il 2026, del Contratto integrativo aziendale e degli incarichi di funzione. Adesso occorre un’operazione di assoluta trasparenza. L’Azienda dovrà pubblicare il testo integrale dell’accordo, la relazione tecnico-finanziaria, il verbale della delegazione trattante e ogni documento utile a ricostruire l’origine del disavanzo. Allo stesso modo, i componenti della RSU che avrebbero sottoscritto il piano dovranno spiegare pubblicamente ai lavoratori le ragioni della propria decisione. Dovranno chiarire quali garanzie concrete abbiano ottenuto, quali alternative siano state valutate e per quale motivo abbiano ritenuto accettabile impegnare per quindici anni le risorse del personale. Non è possibile, allo stato attuale, attribuire motivazioni personali o interessi particolari ai firmatari. Sarebbe scorretto farlo senza prove.

Sul piano sindacale, però, il giudizio può essere netto: una firma che accetta di recuperare il disavanzo attraverso i fondi contrattuali finisce inevitabilmente per colpire i lavoratori. Chi rappresenta i dipendenti dovrebbe stare dalla loro parte, non avallare un meccanismo che rischia di trasformarli nelle vittime economiche di errori commessi da altri. Fino alla pubblicazione dell’atto ufficiale restano interrogativi pesanti: chi ha prodotto il disavanzo? In quali anni si è formato? Chi avrebbe dovuto controllare? Perché le conseguenze dovrebbero coinvolgere i fondi destinati ai dipendenti? Sono state individuate responsabilità amministrative o contabili? Sono state realmente percorse tutte le soluzioni alternative? E soprattutto, chi ha firmato aveva ricevuto un mandato chiaro dai lavoratori? La trasparenza non può essere rinviata. Quando sono in discussione circa 28 milioni di euro e il futuro economico di migliaia di dipendenti, ogni firma deve avere un nome, ogni decisione una motivazione e ogni responsabilità una risposta. I lavoratori non possono essere chiamati a pagare per quindici anni gli errori prodotti da altri. E chi li rappresenta non può sottoscrivere un accordo di questa portata senza assumersene fino in fondo la responsabilità davanti a tutti i dipendenti.

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