

di Massimiliano Catapano
Ha un nome e un cognome il giovane fermato per l’omicidio di Luigi "Luca" Esposito: si tratta di un cittadino tunisino di 26 anni, senza fissa dimora e irregolare sul territorio nazionale. Il giovane è stato rintracciato dai Carabinieri in un casolare abbandonato della località Cioffi, non lontano dal terreno nel quale era stato trovato il corpo carbonizzato del giornalista salernitano. La svolta è maturata nella notte, al termine di una complessa attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Salerno, guidata dal procuratore Raffaele Cantone, e condotta dal Nucleo investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri. Dopo essere stato bloccato e trasferito negli uffici degli investigatori, avrebbe confessato l’omicidio davanti al pubblico ministero e alla presenza del proprio difensore. "Sono stato io. Abbiamo litigato, l’ho colpito e poi gli ho dato fuoco", avrebbe dichiarato ricostruendo le fasi essenziali dell’aggressione. E' stato quindi trasferito nella casa circondariale di Salerno, in attesa della decisione del giudice per le indagini preliminari sulla richiesta di convalida del fermo presentata dalla Procura.
L'impronta digitale sull'automobile
A indirizzare le indagini verso il ventiseienne è stato un insieme di elementi tecnici ritenuti determinanti. Il primo riscontro decisivo sarebbe arrivato da un’impronta digitale rinvenuta sull’automobile di Luigi Esposito. A questa traccia si sono aggiunti i numerosi contatti telefonici intercorsi tra il giornalista e il giovane tunisino, emersi dall’esame dei tabulati, e la verifica delle celle agganciate dai rispettivi cellulari nelle ore precedenti e successive al delitto. Gli investigatori avrebbero inoltre incrociato i dati telefonici con le immagini registrate da alcuni impianti di videosorveglianza presenti nella zona. La ricostruzione avrebbe permesso di stabilire che Esposito ed il 26enne si conoscevano già da qualche tempo e che sabato 18 luglio si erano prima sentiti telefonicamente e poi incontrati. Fin dalle prime ore, dunque, la pista privilegiata era stata quella legata alla vita privata della vittima. Il giornalista sarebbe arrivato nelle campagne di Eboli insieme a una persona conosciuta, senza immaginare che quell’incontro si sarebbe trasformato in una trappola mortale.
Le ricerche nella località Cioffi
Una volta acquisiti i primi risultati dell’autopsia, che avevano confermato la natura violenta della morte, la Procura ha disposto l’immediato rintraccio del ventiseienne. Il nordafricano risultava incensurato ed era noto alle forze dell’ordine soltanto per un precedente controllo effettuato in un casolare abbandonato della zona. In quella circostanza era stato identificato e fotografato. Proprio le immagini segnaletiche conservate dai Carabinieri avrebbero consentito di associare il giovane all’impronta trovata sull’automobile della vittima. Attraverso una complessa attività di individuazione geosatellitare, svolta dai Carabinieri di Salerno con il contributo del Reparto indagini tecniche del Ros, gli investigatori hanno circoscritto la presenza del sospettato nella località Cioffi. Individuare materialmente il suo rifugio, tuttavia, si è rivelato tutt’altro che semplice. La persona individuata si nascondeva all’interno di un edificio isolato, abbandonato e in pessime condizioni strutturali e igieniche. Le ricerche sono proseguite per due giorni con il supporto dello Squadrone eliportato Cacciatori Puglia. Quando i militari hanno raggiunto il casolare, il ventiseienne avrebbe tentato inizialmente di scappare. Vedendosi circondato, si sarebbe poi barricato all’interno dell’edificio, fino a quando i Carabinieri sono riusciti a raggiungerlo e a sottoporlo a fermo.
Nel casolare il cellulare di Esposito
La perquisizione del nascondiglio ha consentito agli investigatori di recuperare altri elementi di particolare importanza. Nella diretta disponibilità di Ridha Rahmoumi sarebbero stati ritrovati il telefono cellulare di Luigi Esposito e una carta di pagamento elettronico intestata alla vittima. Secondo alcune ricostruzioni, nel casolare sarebbero stati recuperati anche documenti e altri effetti personali del giornalista. Il cellulare era uno degli oggetti cercati con maggiore attenzione fin dall’avvio dell’inchiesta. Non era stato rinvenuto nè accanto al corpo nè all’interno dell’automobile. Il suo ritrovamento nel rifugio del sospettato rappresenta quindi uno dei riscontri più pesanti raccolti dagli investigatori.
La lite degenerata nel pestaggio
Secondo la ricostruzione investigativa, durante l’incontro sarebbe scoppiata una violenta discussione per ragioni che restano ancora oggetto di approfondimento. La lite sarebbe rapidamente degenerata. Esposito sarebbe stato colpito violentemente e ripetutamente, provocandogli numerose fratture in diverse parti del corpo. I segni del feroce pestaggio erano particolarmente evidenti sul volto della vittima. Non si esclude che per colpire il giornalista possa essere stato utilizzato anche un pesante oggetto contundente, che tuttavia non sarebbe stato ancora recuperato. Nonostante la gravità delle lesioni, Esposito non sarebbe morto immediatamente. Il cinquantatreenne sarebbe rimasto a terra agonizzante, ma ancora vivo.
Dato alle fiamme quando respirava ancora
È il passaggio più terribile emerso dagli accertamenti medico-legali. Dopo il pestaggio, il corpo del giornalista sarebbe stato ricoperto con materiale plastico, una coperta e alcune sterpaglie. Il 26enne avrebbe quindi appiccato il fuoco, probabilmente nel tentativo di cancellare le tracce dell’aggressione. Luigi Esposito, però, non era ancora morto. L’autopsia eseguita dal medico legale Gabriele Casaburi avrebbe rilevato la presenza di fumo nelle vie respiratorie, elemento che dimostrerebbe come la vittima respirasse ancora nel momento in cui il corpo veniva avvolto dalle fiamme. La morte sarebbe sopraggiunta per asfissia. Saranno gli ulteriori esami medico-legali, istologici e tossicologici a stabilire con precisione il peso avuto dall’inalazione del fumo, dalle ustioni e dalle gravissime lesioni provocate durante il pestaggio. Dovrà essere chiarita anche l’esatta successione degli eventi e verificata l’ipotesi iniziale secondo cui il giornalista potrebbe essere stato soffocato prima che il corpo venisse incendiato.
L'ampia confessione davanti al pubblico ministero
Dopo essere stato condotto negli uffici del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Salerno, il tunisino prelevato dai Carabinieri avrebbe scelto di collaborare con gli inquirenti. Davanti al pubblico ministero che ha coordinato le indagini fin dalle prime ore e alla presenza del proprio avvocato, il ventiseienne avrebbe reso un’ampia confessione, raccontando l’incontro con Esposito, la discussione, il pestaggio e il momento in cui avrebbe appiccato il fuoco. Avrebbe inoltre spiegato le ragioni del gesto, sulle quali la Procura mantiene il massimo riserbo. Le sue dichiarazioni dovranno essere adesso confrontate con le tracce scientifiche, le risultanze dell’autopsia, i dati telefonici e gli oggetti recuperati durante la perquisizione. La confessione si inserisce in un quadro indiziario già consistente: l’impronta digitale sull’automobile, i ripetuti contatti telefonici tra i due, le celle agganciate dai dispositivi, la localizzazione del sospettato e il ritrovamento del cellulare e della carta di pagamento della vittima nel casolare.
Il dolore degli amici
La notizia della svolta è stata accolta con profonda commozione dalle persone che conoscevano Luca Esposito. "Sto aspettando con ansia notizie certe. Inizialmente cerchi di reagire e ora comincio a realizzare quanto avvenuto. Non è facile digerire e sopportare tutto ciò. Luca non meritava di essere trattato in questo modo, per la persona splendida che era. Sono fiduciosa in quello che sta facendo il procuratore Cantone. Prima o poi il cerchio si deve chiudere", ha dichiarato Mary Esposito, amica del giornalista. Quel cerchio investigativo si è ora ristretto attorno al ventiseienne che è stato condotto nel carcere di Salerno, dove resta in attesa dell’udienza di convalida del fermo. L’inchiesta, tuttavia, non può ancora considerarsi conclusa. Gli investigatori dovranno verificare ogni passaggio della confessione, definire il movente e stabilire l’esatta dinamica dell’omicidio. Dovrà essere accertato anche se il reo confesso abbia agito completamente da solo o se altre persone fossero a conoscenza di quanto accaduto. Il fermo e la confessione rappresentano una svolta decisiva, ma la responsabilità penale del ventiseienne dovrà essere accertata nel corso del procedimento giudiziario e potrà essere definitivamente affermata soltanto con una sentenza irrevocabile.
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