

di Claudio Santoro
In occasione della quattordicesima edizione del Salerno Letteratura Festival, il suggestivo scenario di Largo Pomona ha fatto da cornice all’incontro con la scrittrice Antiniska Pozzi, autrice del romanzo Tanto domani muori (HarperCollins). A condurre il dialogo, insieme alla giornalista Daria Limatola, sono stati i ragazzi e le ragazze del Liceo "G. Da Procida" di Salerno, dando vita a un confronto denso di spunti concettuali e riflessioni sull’esistenza. Il punto di partenza del romanzo - e del dibattito - risiede in un murales apparso nella periferia milanese che recita "Casa Auto Lavoro Tanto domani muori". Una scritta nata come protesta viscerale contro il capitalismo e i ritmi alienanti della società contemporanea che, nella visione dell'autrice, diventa una vera e propria sveglia morale: un invito ad arrestare la routine asfissiante che consuma le giornate senza lasciare spazio alla consapevolezza del vivere. Tuttavia, per Anna, la giovane protagonista dell'opera, quella frase trascende il semplice memento mori per trasformarsi in uno stimolo al carpe diem, un'esortazione a riappropriarsi del presente.
Attorno alla figura di Anna si sviluppa un profondo confronto con il tema del destino, che richiama inevitabilmente il Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga. L'autrice si interroga sulle grandi domande della condizione umana, chiedendosi se le nostre vite siano guidate dal libero arbitrio o se restiamo inevitabilmente schiavi di un disegno già scritto. Questa dimensione fatale e ancestrale trova forma concreta nella figura della "canuta", una vecchia donna dai capelli bianchi al cui sguardo la tradizione attribuisce sventure, utilizzata dall'autrice come personaggio/tramite per dare corpo al patrimonio di credenze e superstizioni popolari. L'opera affonda poi le sue radici in tematiche sociali di stretta attualità. Anna proviene infatti da un contesto modesto: suo padre è un operaio che troverà la morte proprio sul posto di lavoro, una tragedia che l'autrice ricollega direttamente al dramma ancora irrisolto delle morti bianche nell'Italia di oggi.
Parallelamente, la figura della madre, relegata tra le mura casalinghe e alla cura della prole, riporta l'attenzione sulla disparità di genere e sui ruoli domestici tradizionali che continuano a condizionare la vita di molte donne. In questo affresco sociale, la sola via di fuga per Anna è rappresentata dall'istruzione. Grazie al liceo e allo studio della lingua, la protagonista riesce a emanciparsi e a rompere il guscio della propria condizione d'origine. Tuttavia, il riscatto culturale porta con sé un prezzo emotivo gravoso: la nuova consapevolezza fa nascere in lei un senso di vergogna per l'ignoranza e il linguaggio limitato della propria famiglia, costringendola a un doloroso distacco dalle sue radici e dalle persone che ama pur di poter evolvere.
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