

"Le sconfitte sono lezioni di vita e noi non siamo solo i nostri risultati. Due giorni prima dell’Olimpiade di Parigi mi sono trovata prima al mondo ed ero tra la candidate a medaglia. Avevo una grande pressione, avrei potuto perdere e faceva paura. Ero pronta a vincere quando ho accettato che avrei potuto perderla". Alice Bellandi è la regina del Judo: è arrivata in cima, ha vinto Olimpiadi, Mondiali ed Europei. Ma ha ancora voglia di divertirsi: non ha smesso di gustarsi il percorso. "Il bambino non lo devi mai lasciare andare - dice agli ambassador di Giffoni - è la mia formula magica e mi aiuta a prepararmi senza assilli alle competizioni che valgono. Nel percorso di vita che si fa, non sarà mai il risultato a renderci la persona che siamo, ma quello che interiorizziamo durante il percorso. La mia medaglia più grande è sempre stato il pezzo di strada che ho fatto per raggiungere un obiettivo. Noi siamo persone, non macchine da performance". Dopo un grande risultato, la campionessa si è sentita talvolta svuotata. "Ma la realtà - aggiunge - è che non c’è un obiettivo ultimo. Dopo l’Olimpiade ho detto che c’è ancora un pezzettino che mi manca. Si nutre e si alimenta ogni giorno. Così sono arrivati i successi nelle altre competizioni. L’amore per il mio sport mi ha spinto a pensare: ok, allora vinciamone un’altra".
Le Olimpiadi di Tokyo le hanno dato grandi lezioni di vita: pazienza e perseveranza non sono parole scritte solo sui muri ma pilastri della vita di ogni persona. "Da ragazzina e promessa del judo ero diventata donna, ho preso chili e avevo una qualificazione stretta, lontana appena un anno. Dovevo per forza andare a medaglia per fare ranking e rientrare nei diciotto qualificati per le Olimpiadi. Nel frattempo avuto problemi personali e familiari. In ogni competizione dovevo perdere dodici, tredici chili ed è stata una catastrofe: ho cominciato ad avere disturbi del comportamento alimentare. Ho collezionato venti sconfitte di seguito ma grazie ad una quota di ripescaggio sono riuscito a qualificarmi per Tokyo. Per me è stata una benedizione, una gioia, un regalo. Mi è servito negli anni a seguire: adesso vedo questo obiettivo come un regalo, che arriva ogni 4 anni. Ringrazio Dio per avermi dato la forza di superare tutto, grazie anche a persone che si sono affiancate a me e che mi hanno aiutato a riconoscermi ed a ricostruirmi come persona".
L’amore per il tatami adesso è totale. Tutto, però, è nato per caso, a tre anni e mezzo. "Fu consigliato a mia mamma di portami in palestra perchè ero vivace e potevo sfogarmi. Sul tatami sento di essere me stessa, provo un grande senso di libertà in uno sport estremamente tecnico. Non esiste il talento, secondo me, nel Judo ma vince chi riesce ad esprimere il proprio stile di combattimento. Ad un certo punto ho dovuto scegliere tra Judo e calcio (non si presentò ad un provino con il Brescia, nda)".
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