

"La sofferenza è la nuvola, ma io sono il cielo". Giovanni Allevi vibra, attraverso le sue parole, con la stessa intensità delle note del suo pianoforte. Ogni sillaba sembra suonare come i tasti bianco e neri mentre, commosso, parla alla platea della Sala Truffaut dove le lacrime si alternano alle confessioni. La depressione, la paura per il futuro, l’idea sghemba di una felicità che non esiste, o che se esiste sembra lontana, lontanissima, come spesso accade tra gli adolescenti e non solo. Tra una clip e l’altra, il compositore che il 19 settembre sarà protagonista di una data speciale alla Reggia di Caserta, si racconta con una verità stupefacente, con quella sensibilità rara che appartiene solo agli uomini che la cultura ce l’hanno nel DNA. Il suo racconto parte con il concerto per violoncello e orchestra MM22. MM sta per mieloma multiplo, la malattia scoperta nel 2022. "Quando ricevi una diagnosi del genere incontri il buio. Perdi tutti i riferimenti e la cosa peggiore è vedere il dolore negli occhi di chi hai di fronte. Ma, come dice Buddha, la disperazione è impermanente. E alla fine anche la mia è svanita".
A MM22 Allevi arriva seguendo la seduzione di Bach che nel 1750 compose "L’arte della fuga". "Nel contrappunto 14 compare una strana melodia di quattro note. Una melodia inquietante. Nei secoli se ne è parlato come di una crittografia magica: era riuscito a trasformare il suo nome in note attraverso una formula matematica. Dopo aver affrontato il buio ed essermi chiesto se sarei sopravvissuto, ho fatto lo stesso con le sette lettere della mia malattia e ne è uscita fuori una melodia romantica, dolce. L’ho fatto per ingraziarmi il mostro, come se fosse animato da una religiosità sacra. L’ho guardato nei suoi occhi di abisso e non mi sono fatto intimidire. Anzi, gli ho fatto le carezze sotto il mento e si è addormentato. Certo, se dovesse svegliarsi mi divorerebbe. Ma fino ad allora vivo e vivrò pericolosamente. Ecco perchè ho trascorso tutta la mia degenza ospedaliera sognando di dirigere la mia orchestra e quando questo è accaduto è stato straordinario poter ascoltare quello che avevo assaggiato solo nella testa".
A chi gli ha chiesto se la malattia debba necessariamente avere un significato, Allevi ha risposto: "Io ho cercato di darglielo. Perchè le possibilità sono due: o cedi alla disperazione e alla rabbia o cerchi una strada alternativa. Mi sono fatto l’idea che la mia malattia fosse un maestro che mi prendeva per mano per condurmi in una nuova bolla esistenziale. Ho fatto mia la lezione dell’alchimista Ermete Trimegisto. Tutti prima o poi incontriamo il buio che è sempre il preludio di un percorso di rinascita. Il passaggio successivo è entrare nella bolla della gratitudine: è allora che anche una foglia, un colore, diventano una meraviglia e questa è la fase che sto vivendo io ora. La terza è la fase del rosso: tutto quello che si fa è mosso da un amore incondizionato ed è così che si diventa veramente liberi. Me lo auguro e ve lo auguro". Quanto all’arte e alla dimensione dell’artista, ha chiesto ai juror: "Avete mai passato una notte intera a guardare la luna? Siete mai stati rifiutati in amore? O graffiati dall’esistenza? Se non è così allora non avete niente da dire. Non bisogna tenere a distanza la sofferenza. Se si riesce a entrare nella fragilità e a farsene portavoce allora sì che si entra nel mondo dell’arte. Il dolore non va scansato, perchè come ci insegna Jung, si corre il rischio di farsi più male".
Il compositore racconta poi che nel momento più duro della sua degenza ha sentito il bisogno di riavvicinarsi ai classici, rileggendo l’Iliade di Omero. "Fateci caso, ogni volta che si parla di un eroe ferito si dice che il buio scese sui suoi occhi e la notte avvolse il suo sguardo. Allora mi sono guardato allo specchio. Era come se l’Iliade fosse lì intorno a me. Ho capito che la vera cultura è la fragilità umana che cerca un abbraccio. Mi sono sentito parte di tutta la storia. Che cos’è la cultura? La fragilità che trova un abbraccio universale. Tutto il resto è intrattenimento". Ai juror ha raccomandato di avere tenerezza nei confronti dei propri limiti e di rivendicare il proprio diritto alla fragilità: "Come si fa ad accettarsi anche nelle proprie debolezze? Entrando nella bolla del silenzio per ritrovare la propria voce interiore, l’immensità che è nascosta nella nostra anima. Quando una persona scopre l’immensità che si annida dentro la propria anima allora smette di sentirsi inadeguata e diventa immediatamente non più governabile come vogliono farci invece credere".
Infine un esempio: l’archetipo del guaritore ferito di Jung: "Vi è mai capitato di incontrare qualcuno che solo parlandovi vi abbia fatto sentire meglio? E’ il guaritore ferito, quello che sta attraversando il buio ma ritrova nel suo sguardo una luce. Queste persone le individui subito appena entrano in una stanza, perché vibrano a una potenza superiore". Come Allevi, come la sua musica. Come le sue parole che graffiano. Allevi ha ricevuto il premio "Futura - Rendere possibile l’impossibile" realizzato per la 56ª edizione del Festival dalla Scuola dell’Arte della Medaglia della Zecca dello Stato.
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