

di Massimiliano Catapano
Tredici anni e dieci mesi di reclusione. È la condanna inflitta a un uomo di 75 anni di Baronissi, riconosciuto colpevole di violenza sessuale aggravata nei confronti di due nipoti, che all’epoca dei fatti avevano nove e tredici anni. Una pagina di profondo squallore, maturata all’interno di un ambiente familiare che avrebbe dovuto garantire protezione e sicurezza. Il "nonno orco", secondo la ricostruzione accolta dal giudice, avrebbe trasformato la fiducia dei suoi familiari nell’occasione per avvicinare le bambine e sottoporle ad attenzioni morbose. La sentenza è stata pronunciata dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Nocera Inferiore, che ha accolto le richieste formulate dalla Procura guidata dal procuratore capo Luigi Alberto Cannavale. L’imputato è stato invece assolto dall’accusa relativa a una terza nipote, una bambina di sei anni. Gli abusi sarebbero avvenuti durante gesti apparentemente normali della vita quotidiana. L’anziano si offriva di aiutare la famiglia del figlio, accompagnava le nipoti a casa oppure restava da solo con loro per custodirle. Proprio in quei momenti, approfittando dell’assenza degli adulti e del rapporto di fiducia che lo legava alle minori, avrebbe messo in atto le condotte contestate.
Il muro del silenzio si è spezzato nel 2025. La più piccola delle due vittime ha trovato il coraggio di raccontare alla madre le attenzioni inappropriate subite dal nonno. Da quella confidenza è partita immediatamente la denuncia, seguita dalle indagini affidate ai Carabinieri. Un ruolo decisivo nel procedimento è stato assunto dall’incidente probatorio, attraverso il quale le dichiarazioni delle minori sono state raccolte in anticipo e in un contesto protetto. Uno strumento fondamentale nei processi che coinvolgono bambini, perché consente di evitare la ripetizione traumatica dei racconti e di fissare le testimonianze nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. Gli elementi raccolti nel corso dell’inchiesta hanno superato il vaglio della magistratura e hanno portato alla pesante condanna. Durante la fase investigativa e per l’intera durata del procedimento, tuttavia, nei confronti del settantacinquenne non erano state applicate misure cautelari. L’uomo è quindi rimasto a piede libero. L’imputato non ha mai ammesso le proprie responsabilità e ha scelto di non partecipare alle udienze. La difesa ha chiesto l’accesso al rito abbreviato, procedimento che prevede, in caso di condanna, una riduzione della pena.
Il verdetto non si è limitato alla reclusione. Il giudice ha disposto anche la decadenza dalla responsabilità genitoriale. Al termine della pena detentiva, l’uomo sarà inoltre sottoposto per tre anni a una misura di sicurezza e dovrà rispettare, per altri due anni, il divieto assoluto di avvicinarsi alle nipoti. Una sentenza durissima per una vicenda che suscita indignazione, rabbia e vergogna. Non esiste espressione sufficientemente severa per descrivere lo squallore di chi approfitta del proprio ruolo familiare e della vulnerabilità di due bambine. Il nonno avrebbe dovuto essere una figura di protezione, una presenza capace di rassicurare. Secondo la decisione del giudice, ha invece tradito nel modo più vile il legame con le nipoti, trasformando la quotidianità familiare in un luogo di paura. Casi simili impongono una riflessione seria sulla tutela dei minori e sull’effettiva severità delle risposte previste dall’ordinamento. Non bastano l’indignazione del momento o le condanne pronunciate quando il danno è ormai stato compiuto. Servono prevenzione, ascolto, assistenza psicologica per le vittime e controlli rigorosi nei confronti di chi viene riconosciuto responsabile di reati sessuali contro i bambini.
È necessario anche un confronto parlamentare senza ipocrisie sulle misure da adottare nei confronti dei condannati per questi delitti. Tra le ipotesi più discusse figura la castrazione chimica, da valutare all’interno di una riforma rispettosa della Costituzione, delle competenze mediche e delle garanzie previste dalla legge. Di fronte alla violenza sessuale sui minori, però, una cosa deve essere chiara: la tutela delle vittime deve venire prima di tutto. Chi distrugge l’infanzia di una bambina non può beneficiare dell’oblio, dell’indifferenza o di un sistema incapace di impedire nuovi pericoli.
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