

Il rigore del magistrato, il senso profondo delle istituzioni, ma anche la commozione di chi ha attraversato una delle stagioni più drammatiche della storia repubblicana. Pietro Grasso ha incontrato i giovani di Impact consegnando loro non una lezione astratta sulla legalità, ma il racconto di una vita trascorsa al servizio dello Stato: quarantatré anni in magistratura, dieci di politica attiva, fino a ricoprire l’importante carica di Presidente del Senato, e un impegno che oggi prosegue attraverso la Fondazione Scintille di Futuro. In Sala Verde della Multimedia Valley un incontro, nell’ambito di #Giffoni56, che si candida ad entrare di diritto nella storia del Festival. "Sono felice di essere qui per questo momento di dialogo. E sono felice soprattutto di ascoltarvi, perchè troppo spesso i giovani non vengono ascoltati dagli adulti", ha esordito. Un principio che Grasso ha legato immediatamente alla figura di Paolo Borsellino, alla vigilia dell’anniversario della strage di via D’Amelio. "Dopo la morte di Giovanni Falcone, pur distrutto dal dolore - ha raccontato - Borsellino si alzò alle cinque del mattino per rispondere alle domande di alcuni studenti di Padova. Questo è stato per me un grande insegnamento: i giovani hanno bisogno di risposte". Da qui il racconto è tornato all’estate del 1985, a una Palermo segnata dagli omicidi di magistrati, funzionari di polizia e rappresentanti delle istituzioni. Falcone e Borsellino erano stati trasferiti - quasi deportati, dice lui - all’Asinara per lavorare in sicurezza alla preparazione del Maxiprocesso. Grasso si trovava a Mondello quando ricevette la telefonata del presidente del Tribunale. "Mi disse che aveva contattato otto presidenti di sezione penale e che nessuno aveva accettato di assumere l’incarico. Poi aggiunse: 'Ho pensato a te'".
Non fu una decisione semplice. Grasso ne parlò con la moglie, consapevole che quella scelta avrebbe cambiato per sempre la vita della loro famiglia. "Le dissi: "Se accetto, la nostra vita cambierà profondamente". Lei mi rispose: "La comunità si aspetta questo da te. È il tuo dovere. Accetta, e tutto quello che verrà lo affronteremo insieme"". Nel ricordare quelle parole, il tono si fa più intimo. "Fu un grande sollievo. È fondamentale avere accanto una famiglia che ti sostiene». Inizia così la sua esperienza di giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa Nostra. Quella scelta lo portò davanti a scaffali colmi di atti fino al soffitto, migliaia di pagine da studiare, centinaia di imputati e una sfida che molti ritenevano impossibile. "Falcone mi guardò con il suo sorriso ironico. Io non mi mostrai intimidito e cominciai subito a studiare. Borsellino mi consegnò una copia dei suoi quaderni, una guida per orientarmi in quella massa enorme di documenti. Mi sentii accolto e protetto, parte di una squadra". Poi arrivarono le minacce. Non soltanto contro di lui, ma contro le persone che amava. "Mio figlio aveva quattordici anni e stava uscendo per andare a giocare a pallone quando una voce anonima al citofono disse a mia moglie: "I figli si sa quando escono, ma non si sa mai quando tornano"". Grasso ha ricordato lo sguardo terrorizzato della moglie e la paura di vedere la violenza mafiosa rivolgersi contro chi non aveva alcuna responsabilità. "La mafia voleva capire come eravamo fatti, voleva tastarci il polso. Cerca la nostra paura. Decidemmo di non indietreggiare, di non mostrarci impauriti, perché avevamo un dovere nei confronti dei cittadini. Non fu facile".
Il Maxiprocesso, con i suoi 475 imputati, divenne la prova concreta che anche ciò che sembra irrealizzabile può essere portato a compimento: "Nessuno credeva che un processo di quelle dimensioni potesse arrivare fino in fondo. E invece ce l’abbiamo fatta. Servono tenacia, impegno e sacrificio. Bisogna credere in ciò che si fa e non mollare, anche quando i risultati tardano ad arrivare". Parole che hanno incontrato naturalmente il tema di Giffoni, "Le cose impossibili". "Anch’io, in alcuni momenti - ha continuato - mi sono chiesto: "Chi me lo fa fare?". Ho traballato. Ma poi ho trovato la forza di continuare. Le cose impossibili dobbiamo provare a realizzarle". Grasso ha poi invitato i ragazzi a non immaginare la mafia soltanto attraverso le immagini del passato. Quella del Maxiprocesso era una mafia visibile, violenta e arrogante. Oggi il fenomeno ha cambiato volto: "Oggi la mafia si inabissa, si nasconde dietro attività apparentemente legali, entra nell’economia e utilizza le nuove tecnologie. Non ha abbandonato i traffici illeciti, dai quali continua a ricavare enormi profitti, ma opera sempre più spesso sottotraccia". La sua forza, ha ricordato, non dipende esclusivamente dagli affiliati: "La mafia ha bisogno di persone esterne: professionisti, imprenditori, funzionari, uomini capaci di mettere a disposizione competenze e relazioni. È questo contributo esterno che dobbiamo interrompere".
La lotta alla criminalità organizzata, per Grasso, non può appartenere a una sola parte politica: "La mafia è violenza, omertà, sopraffazione. - spiega - Come può una forza politica non contrastarla? La politica ha il dovere di approvare leggi e provvedimenti capaci di ostacolare le mafie, non di indebolire gli strumenti costruiti nel tempo". Ma la legalità non coincide soltanto con le grandi inchieste, con i tribunali o con le norme. Nasce nei comportamenti quotidiani e nel modo in cui ciascuno sceglie di vivere all’interno della comunità: "Non possiamo indignarci solo quando è il prossimo a violare le regole. Vivere nella società significa pretendere i propri diritti, ma anche rispettare i doveri e le persone che ci stanno accanto". C’è stato spazio anche per una riflessione sull’attualità della giustizia. Grasso ha ribadito di non condividere le posizioni del ministro Carlo Nordio sulle correnti della magistratura, definendole al contrario "espressione del pluralismo ideale e culturale" e sottolineando come sia sbagliato parlare di "potere della magistratura", preferendo invece richiamare il principio costituzionale della sua autonomia e indipendenza. Un tema sul quale, ha osservato, «i cittadini hanno già espresso una valutazione attraverso il referendum". Ai giovani Grasso ha affidato il compito di costruire una cittadinanza attiva e responsabile. "Partecipare significa votare, impegnarsi nella scuola, intervenire nella vita pubblica. La cultura della legalità è un insieme di comportamenti ispirati alla libertà, al rispetto degli altri, dell’ambiente e dei più fragili. Deve diventare un metodo di convivenza civile".
Per questo, nei suoi incontri nelle scuole, non vuole parlare ai ragazzi in maniera astratta o paternalistica: "Voglio renderli protagonisti, far comprendere loro che possono incidere sulla realtà. La prima cosa da fare è avere il coraggio di dire no. Stare dalla parte della legalità è la scelta più importante che un cittadino possa compiere". Il momento più intenso è arrivato quando Grasso ha raccontato l’ultima volta in cui incontrò Giovanni Falcone. Stavano rientrando da Roma a Palermo quando il magistrato gli consegnò un accendino d’argento. "Mi disse: "Ho deciso di smettere di fumare. Questo accendino è prezioso per me. Non te lo regalo, te lo affido. Se deciderò di ricominciare, dovrai restituirmelo". Grasso lo ripose con cura nella sua borsa. Due settimane dopo, Falcone avrebbe dovuto viaggiare con lui, ma rimandò la partenza per attendere la moglie Francesca Morvillo. Grasso riuscì invece a trovare un posto su un volo di linea e tornò a Palermo. Il giorno successivo arrivò la notizia della strage di Capaci. "Corsi all’ospedale sperando che Giovanni potesse farcela ancora una volta. Vidi uscire Paolo Borsellino dal pronto soccorso. Dal suo volto compresi che non c’era più nulla da fare. Ci abbracciammo davanti all’ospedale. Paolo non sapeva che cinquantasette giorni dopo sarebbe toccato a lui". Da allora quell’accendino non ha mai smesso di accompagnarlo. Ed ecco che il presidente Grasso lo ha preso tra le mani e lo ha acceso. Per un istante, davanti ai ragazzi, è apparsa una piccola fiamma: la fiamma della legalità, la scintilla della giustizia. Ecco il senso della sua fondazione Scintille di futuro.
Un gesto semplice, capace di racchiudere il senso di un’intera testimonianza. La memoria che non resta immobile nel passato, ma diventa responsabilità; il dolore che si trasforma in impegno, l’eredità di Falcone e Borsellino affidata alle nuove generazioni. "Spero che da questo accendino continuino a nascere scintille capaci di accendere le vostre fiaccole. Dovete essere voi, con le vostre gambe, le vostre idee e le vostre scelte, a portare avanti i valori di Falcone e Borsellino". In chiusura la consegna del premio ufficiale, il Giffoni Impact Award "Il sogno di Icaro", ideato dalla borsista Francesca Tagliaferri - che lo ha personalmente consegnato al presidente Grasso - della Scuola dell’Arte della Medaglia (SAM) e coniata dalla Zecca dello Stato.
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