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Omelia dell'Arcivescovo Andrea Bellandi - Festa della Vergine del Monte Carmelo

16/07/2026

In occasione della festa liturgica della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, questa mattina, 16 luglio 2026, l’Arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, S.E. Monsignor Andrea Bellandi, ha presieduto la Celebrazione Eucaristica presso il Santuario della Madonna del Carmine. Di seguito, il testo integrale dell’omelia pronunciata durante la celebrazione.

"Fratelli e sorelle carissimi,

ci raduniamo oggi in questo Santuario, che da secoli custodisce la devozione dei salernitani alla Vergine del Carmine, per celebrare colei che la tradizione ha sempre chiamato “stella del mare" e "fonte di speranza". E le letture che la liturgia ci offre oggi ci aiutano a capire perchè. La prima lettura ci porta sul monte Carmelo stesso, il luogo che dà il nome a questa devozione. Elia, dopo la grande sfida ai profeti di Baal, sale sul monte e si china fino a terra, con il volto tra le ginocchia, e prega. Per sei volte manda il suo servo a guardare verso il mare, e per sei volte la risposta è: “Non c’è nulla”. Ma Elia non si stanca, non si arrende. E alla settima volta il servo vede "una nuvola piccola come una mano d’uomo che sale dal mare". Basta questo piccolo segno perché il cielo si oscuri di nubi e venti, e cada una grande pioggia, dopo tre anni di siccità.

Questa pagina è alla radice della tradizione carmelitana che ha visto in quella piccola nuvola un’immagine di Maria: piccola, umile, quasi invisibile agli occhi del mondo, eppure capace di portare la pioggia della grazia su una terra arida. In un tempo di siccità spirituale come il nostro - un tempo segnato da guerre che sembrano non finire mai, da un’umanità stanca e talvolta priva di speranza - noi continuiamo a guardare verso il mare, come il servo di Elia, cercando un segno. E la fede ci dice che quel segno c’è: è piccolo, spesso nascosto, ma è reale. È la presenza di Maria che intercede, che non si stanca di guardare le nostre sofferenze e di portarle davanti a Dio. Non è un caso che oggi, guardando il mare da questo Santuario prospiciente al golfo di Salerno, pensiamo anche a chi quel mare lo attraversa cercando salvezza - i migranti, i naufraghi, quanti rischiano la vita per fuggire dalla guerra o dalla miseria. Anche per loro la piccola nuvola di speranza deve sapersi alzare: nella nostra preghiera, ma anche nel nostro impegno concreto di accoglienza e di carità.

San Paolo, nella seconda lettura, ci offre una delle sintesi più belle di tutto il Nuovo Testamento: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna […] per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. Maria è qui nominata senza nome, semplicemente “donna”: eppure è lei lo strumento attraverso cui il Verbo si è fatto carne, entrando nella storia umana, nel tempo, nella carne ferita del mondo. Paolo ci dice che grazie a questo evento noi non siamo più schiavi, ma figli. E se figli, anche eredi. Questa è una parola potente da annunciare oggi, in un mondo che spesso vive nella paura, nella logica dello scarto, nella schiavitù di tante dipendenze e ansie. Il Vangelo non ci propone un Dio lontano e giudice, ma un Padre che, attraverso una donna di Nazaret, ci ha resi figli. E Maria, che ha generato il Figlio secondo la carne, continua a generare in noi la coscienza di essere figli amati. Papa Leone XIV, riprendendo l’insegnamento di Papa Francesco, ci ha ricordato più volte in questi mesi che l’umanità ferita dalle guerre e dalle diseguaglianze ha bisogno anzitutto di ritrovare questa dignità filiale: non sudditi, non numeri, non scarti, ma figli. Maria del Carmine, madre e sorella nella fede, ci aiuta a credere che questa dignità non ci sarà mai tolta.

E arriviamo al cuore della nostra celebrazione, alla pagina più intensa: Maria sotto la croce. Il Vangelo di Giovanni non descrive lacrime, non descrive grida. Descrive una donna che sta: "stabat", dirà la tradizione latina. Maria sta in piedi, ritta, accanto al legno dove suo Figlio muore. Non fugge, non si nasconde. Resta. È qui, in questo "stare" silenzioso e fermo, che si rivela il senso più profondo della speranza cristiana. La speranza di Maria non è ottimismo, non è la certezza che le cose andranno bene secondo i nostri calcoli. È la capacità di restare in piedi anche quando tutto sembra crollare, di non abbandonare il posto accanto alla croce degli altri. Ed è proprio in quel momento che Gesù compie l’ultimo dono: "Donna, ecco tuo figlio… Ecco tua madre". Maria diventa madre di Giovanni, madre della Chiesa, madre di ciascuno di noi. Questo è il senso più autentico della devozione del Carmine e dello scapolare che tanti di voi indossano: non un amuleto, ma un segno di appartenenza a questa maternità. Indossare lo scapolare significa dire: anche io voglio restare, come Maria, accanto a chi soffre - nelle nostre famiglie, nei nostri ospedali, nelle case abitate da anziani soli, negli spazi angusti di un carcere; e accanto ai crocifissi di oggi: i popoli in guerra, chi ha perso il lavoro, chi è vittima delle mafie e della violenza, chi attraversa il mare in cerca di futuro.

Proprio per questo, cari fratelli e sorelle, la devozione che oggi rinnoviamo non può fermarsi alla sola pietà popolare, vissuta come tradizione da ripetere o gesto che rassicura. Papa Francesco ci ha insegnato che la pietà popolare, quando è autentica, non è un gradino "inferiore" della fede, ma un vero luogo teologico, capace di custodire la fede di un popolo anche nei momenti più bui - a patto che non resti chiusa in sé stessa, ridotta a rito o a scaramanzia, ma si apra a un cammino di conversione. Indossare lo scapolare, portare Maria in processione, affidarsi alla sua protezione: tutto questo è bello e prezioso, ma chiede di maturare in una fede adulta e in un’appartenenza convinta alla Chiesa. Non basta onorare la Madonna un giorno all’anno se poi la nostra vita resta ai margini della comunità cristiana, lontana dai sacramenti, indifferente alla Parola, chiusa alla carità. La vera devozione mariana è quella che, come Maria stessa, ci mette “in piedi” ogni giorno accanto a chi soffre, dentro una Chiesa viva, non semplicemente accanto ad essa.

Lo scorso maggio, concludendo il Rosario nei Giardini Vaticani, Papa Leone XIV ha detto qualcosa che illumina bene questa festa. Ha ricordato che la nostra preghiera esprime la speranza di cui sentiamo il bisogno, soprattutto davanti alle difficoltà e alle violenze del tempo presente, e ha indicato Maria come modello del credente, capace di porgere l’orecchio del cuore per ascoltare "che cosa dice Dio", con un’obbedienza che accoglie l’opera di Dio nella storia. È esattamente ciò che le nostre letture ci hanno mostrato oggi: una donna che ascolta, che serve, che resta - e che per questo diventa, per noi, fonte di speranza. Ella è un segno piccolo che annuncia grazia grande, come la nuvola sul Carmelo: ci insegna a non disperare mai, a continuare a guardare con fiducia anche quando tutto sembra secco e senza risposta. È madre che ci rende figli e non schiavi, come dice Paolo: ci libera dalla paura e ci restituisce la dignità di chi sa di essere amato da un Padre. Ed è presenza che resta, come sotto la croce: ci insegna che la vera speranza cristiana non evita il dolore del mondo, ma vi sta dentro con fedeltà, illuminandolo dal di dentro con la certezza della risurrezione.

Carissimi, in questo tempo storico difficile, segnato da conflitti che non risparmiano nessun continente, da un mare che continua a essere insieme via di speranza e di morte per tanti fratelli migranti, da un’umanità spesso disorientata, la Vergine del Carmine ci ripete quello che ha detto a Cana: "Fate quello che vi dirà". Non un invito alla rassegnazione, ma alla fiducia operosa: fare la volontà di Dio significa, oggi, essere costruttori di pace, essere accanto a chi soffre, essere segno - piccolo, forse, come una nuvola - ma capace di annunciare che la pioggia della misericordia di Dio non manca mai a chi la invoca con perseveranza. Maria Santissima del Monte Carmelo, stella del nostro mare, madre della speranza che non delude: prega per noi, per questa città di Salerno, per il nostro tempo ferito e per tutti i tuoi figli sparsi per il mondo. Amen". 

Ilaria Cuomo - Extratime -

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