

di Massimiliano Catapano
Una scelta destinata a produrre conseguenze profonde negli assetti criminali dell’Agro nocerino-sarnese e, con ogni probabilità, anche oltre i suoi confini. Vincenzo Petranovic, 31 anni, figlio del boss ergastolano Tommaso Fezza, conosciuto negli ambienti della camorra con il soprannome di "’o furmaggiar", ha intrapreso il percorso della collaborazione con la giustizia. Non si tratta di una figura marginale né di un semplice gregario. Per gli investigatori Petranovic avrebbe ricoperto negli ultimi anni un ruolo di primo piano all’interno dell’organizzazione riconducibile al clan Fezza-De Vivo, muovendosi tra Pagani, Santa Maria la Carità, Sant'Antonio Abate, i Monti Lattari e la periferia orientale di Castellammare di Stabia.
La conferma della sua scelta è arrivata nelle aule del Tribunale di Torre Annunziata, durante un’udienza preliminare relativa a un violento agguato avvenuto nell’autunno scorso a Castellammare di Stabia. Un episodio consumato, secondo l’accusa, attraverso colpi di pistola e bastonate e per il quale Petranovic risulta imputato per tentato omicidio insieme ad altre persone. Il trentunenne ha partecipato all’udienza in collegamento da una struttura riservata destinata ai collaboratori di giustizia. Davanti al sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Salerno, Elena Guarino, avrebbe formalizzato anche la propria appartenenza al gruppo criminale Fezza-De Vivo. Un passaggio dal peso investigativo considerevole, destinato ad aprire una nuova fase nelle indagini sul cosiddetto "Sistema Pagani".
Un uomo ritenuto interno ai meccanismi economici del clan
Il valore delle sue dichiarazioni dipenderà naturalmente dai riscontri che investigatori e magistrati riusciranno a raccogliere. Ma il profilo attribuitogli dagli inquirenti spiega perché la sua collaborazione venga considerata potenzialmente dirompente. Secondo la ricostruzione della Dda, Petranovic avrebbe amministrato la cassa comune dell’organizzazione per conto del boss detenuto Francesco Fezza. Avrebbe inoltre coordinato una parte degli affari legati al traffico di sostanze stupefacenti, partecipando alla gestione dei flussi di denaro e alle attività di recupero dei crediti vantati dal gruppo. Tra i compiti che gli vengono attribuiti figurerebbero anche le intimidazioni e le spedizioni punitive contro debitori ritenuti inadempienti o soggetti che non avrebbero rispettato gli accordi economici imposti dall’organizzazione.
Sempre secondo l’impostazione accusatoria, il trentunenne sarebbe stato uno dei referenti del clan nell’area dei Lattari e nella zona orientale di Castellammare, mantenendo rapporti con ambienti criminali attivi nelle piazze di spaccio tra le province di Salerno e Napoli. Petranovic potrebbe dunque conoscere non soltanto nomi e ruoli, ma anche i sistemi utilizzati per movimentare il denaro, garantire il sostegno economico agli affiliati e mantenere operativa la struttura nonostante arresti e detenzioni. Elementi che dovranno essere valutati con il necessario rigore processuale, ma che potrebbero consentire agli inquirenti di ricostruire dall’interno anni di rapporti, alleanze e interessi illeciti.
La fuga dopo il blitz e il quaderno degli "stipendi"
Il nome di Vincenzo Petranovic era già emerso con forza nel corso della grande operazione antimafia eseguita l’11 settembre 2025 contro il clan Fezza-De Vivo. Quel giorno la Squadra Mobile di Salerno e i carabinieri del Reparto territoriale di Nocera Inferiore diedero esecuzione a 88 misure cautelari, delle quali 79 in carcere e nove agli arresti domiciliari. Tre dei destinatari erano minorenni. Le contestazioni formulate a vario titolo comprendevano associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, estorsione aggravata, riciclaggio, detenzione e porto illegale di armi, oltre a reati collegati al furto e alla ricettazione di automobili di grossa cilindrata. Accuse che dovranno essere provate nelle sedi processuali, nel rispetto della presunzione di innocenza degli imputati fino a eventuale sentenza definitiva. Petranovic riuscì a sottrarsi al blitz, rendendosi irreperibile.
La sua latitanza durò circa un mese e mezzo e si concluse nell’hinterland milanese, dove venne rintracciato e arrestato dai Carabinieri. Durante la cattura, gli investigatori sequestrarono un quaderno considerato di particolare rilevanza. Al suo interno sarebbero state annotate cifre, movimenti economici e nomi riconducibili agli affiliati. Tra le voci presenti figurava anche la dicitura "stipendi", interpretata dagli inquirenti come il possibile rendiconto delle somme distribuite agli uomini del gruppo, sia liberi sia detenuti. Una sorta di libro mastro che, secondo l’accusa, documenterebbe il funzionamento finanziario dell’organizzazione e confermerebbe la posizione di Petranovic nei suoi meccanismi interni. Proprio la conoscenza della contabilità potrebbe oggi permettere alla magistratura di seguire il percorso del denaro, individuare eventuali prestanome e verificare la destinazione dei proventi delle attività illecite.
Una storia familiare segnata dal sangue
La vicenda personale del nuovo collaboratore di giustizia è attraversata da una tragedia che risale al 1994. Sua madre, Milica Petranovic, cittadina serba di 25 anni, venne assassinata poche settimane dopo averlo dato alla luce. Per quell’omicidio Tommaso Fezza, padre di Vincenzo, è stato condannato definitivamente all’ergastolo. Il corpo della donna, secondo le ricostruzioni giudiziarie riportate dalle cronache dell’epoca, non sarebbe mai stato ritrovato. Vincenzo Petranovic non sarebbe stato riconosciuto dal padre, pur essendo cresciuto sotto il peso di quel legame familiare e criminale. Il suo primo arresto risale al 2017, quando aveva 22 anni. Fermato a Castellammare di Stabia mentre viaggiava in automobile, venne trovato in possesso di una pistola semiautomatica Desert Eagle calibro 44 Magnum con matricola abrasa. Negli anni successivi, secondo gli inquirenti, avrebbe progressivamente assunto una posizione sempre più rilevante negli affari del gruppo.
I nuovi scenari investigativi
La collaborazione di Petranovic si aggiunge a quella di Eugenio Ferraioli, altro nome ritenuto importante nella ricostruzione delle attività del sodalizio. I loro racconti potrebbero convergere su ruoli, gerarchie, traffici di droga, rapporti tra le diverse articolazioni territoriali e strategie adottate dal clan per sopravvivere agli arresti. Particolare attenzione sarà riservata ai legami tra il gruppo paganese, le organizzazioni attive sui Monti Lattari e gli ambienti criminali dell’area stabiese. Petranovic, secondo gli investigatori, sarebbe stato in grado di muoversi tra questi territori, rappresentando un punto di collegamento tra diverse piazze di spaccio e differenti interessi economici. Il trentunenne figura inoltre tra i numerosi imputati coinvolti nel procedimento nato dalla vasta inchiesta della Dda di Salerno. Il maxiprocesso atteso nei prossimi mesi costituirà il banco di prova per le accuse formulate dalla Procura e per le dichiarazioni dei collaboratori. La scelta di Petranovic, tuttavia, potrebbe incidere ancora prima dell’apertura del dibattimento. Ogni suo verbale sarà sottoposto ad accertamenti, confronti documentali e verifiche incrociate.
Soltanto dopo questa fase sarà possibile stabilire quali rivelazioni possano trasformarsi in elementi utilizzabili nei processi o condurre all’apertura di nuovi filoni investigativi. Per il clan Fezza-De Vivo, già colpito dalle operazioni giudiziarie e dalla detenzione di numerosi esponenti, la rottura del vincolo di omertà da parte di un uomo ritenuto così vicino ai centri decisionali rappresenta comunque un colpo difficile da assorbire. Non soltanto per ciò che Petranovic potrebbe raccontare sul passato, ma soprattutto per quello che potrebbe rivelare sugli equilibri più recenti, sui rapporti ancora attivi e sulle reti economiche rimaste finora nell’ombra. A Pagani e nei territori circostanti si apre così una nuova stagione giudiziaria. La parola passa ora agli investigatori, chiamati a separare le conoscenze dirette dalle informazioni apprese, a individuare i necessari riscontri e a misurare la reale portata di una collaborazione che rischia di ridisegnare la mappa criminale tra l’Agro nocerino-sarnese e l’area vesuviana.
Altri articoli di questo autore:
Se vuoi essere tempestivamente aggiornato su quello che succede a Salerno e provincia, la pagina facebook di Salerno in Web pubblica minuto per minuto notizie fresche sulla tua home.