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Maxi frode sui bonus edilizi, blitz all'alba nel salernitano: sette misure cautelari e un sequestro da 160 milioni di euro

03/07/2026

di Massimiliano Catapano

Una macchina finanziaria costruita, secondo l’ipotesi della Procura, per trasformare lavori edilizi mai realizzati in crediti d’imposta da milioni di euro, successivamente ceduti, monetizzati oppure utilizzati per compensare debiti fiscali realmente esistenti. È questo il cuore della vasta inchiesta sui bonus edilizi che, alle prime luci di venerdì 3 luglio, ha condotto all’esecuzione di sette misure cautelari personali nei confronti di altrettanti residenti nella provincia di Salerno. A entrare in azione sono stati i finanzieri del Nucleo di Polizia economico-finanziaria del Comando provinciale di Salerno. L’ordinanza, emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale su richiesta della Procura della Repubblica, dispone una custodia cautelare in carcere, cinque arresti domiciliari e un obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, delle ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni dello Stato, oltre che di reati tributari e fallimentari. Tra i destinatari dei provvedimenti figurano professionisti del settore contabile, imprenditori e altri soggetti ai quali gli investigatori attribuiscono ruoli di rilievo nella gestione del presunto sistema illecito.

Le due organizzazioni con base nel salernitano

L’inchiesta avrebbe ricostruito l’operatività di due distinti gruppi, entrambi radicati nella provincia di Salerno e composti, secondo l’accusa, da professionisti e operatori economici. Il loro obiettivo sarebbe stato quello di sfruttare le agevolazioni pubbliche previste dal Bonus facciate, dal Superbonus 110 per cento, dall’Ecobonus e dal Sismabonus per generare crediti fiscali privi di un’effettiva giustificazione. Il meccanismo, nella ricostruzione investigativa, sarebbe stato alimentato attraverso una rete di oltre ottanta società distribuite sul territorio nazionale. La maggior parte di queste imprese sarebbe risultata priva di una concreta struttura operativa: nessuna sede effettiva, personale, attrezzatura o organizzazione imprenditoriale compatibile con l’entità degli interventi dichiarati. Vere e proprie società “cartiere”, secondo la definizione utilizzata dagli investigatori, impiegate per attestare sulla carta lavori di riqualificazione milionari che non sarebbero mai stati eseguiti. Gli interventi fittizi avrebbero riguardato circa duecento immobili sparsi in diverse regioni italiane. Alcuni sarebbero risultati riconducibili direttamente agli indagati; altri, invece, apparterrebbero a cittadini, enti pubblici e amministrazioni comunali del tutto estranei alle condotte contestate.

La fabbrica dei crediti d'imposta

Un ruolo determinante sarebbe stato ricoperto da professionisti contabili in grado di accedere alla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate destinata alla cessione dei crediti. Attraverso le società inserite nel circuito, sarebbero state trasmesse comunicazioni fiscali capaci di far comparire nei relativi cassetti tributari crediti per lavori solo formalmente documentati. Una volta generati, quei crediti sarebbero stati ceduti anche ad aziende inconsapevoli della loro presunta origine irregolare oppure utilizzati da imprese compiacenti per compensare imposte realmente dovute. Un sistema che, secondo la Procura, avrebbe determinato un duplice danno per l’erario: da una parte l’indebita creazione di crediti finanziati dallo Stato, dall’altra il mancato versamento di tributi altrimenti esigibili. L’operazione del 3 luglio costituisce lo sviluppo dell’attività già sfociata il precedente 17 giugno nel sequestro preventivo, diretto e per equivalente, di crediti, beni e disponibilità finanziarie per un valore complessivo vicino ai 160 milioni di euro. Il provvedimento aveva interessato oltre 240 soggetti, tra persone fisiche e giuridiche, presenti in Campania e in altre nove regioni: Lazio, Basilicata, Sicilia, Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia, Piemonte, Puglia e Veneto.

Il denaro verso Cina, India e Pakistan

Uno dei capitoli più delicati dell’indagine riguarda la destinazione dei proventi. Attraverso l’analisi dei conti correnti e delle movimentazioni bancarie, le Fiamme Gialle avrebbero ricostruito operazioni riconducibili alle ipotesi di riciclaggio e autoriciclaggio per circa 17 milioni di euro. Una parte delle somme sarebbe stata trasferita oltre confine, con operazioni dirette soprattutto verso Cina, India e Pakistan. Passaggi finanziari che avrebbero consentito di allontanare il denaro dal circuito originario, rendendo più difficile individuarne provenienza, destinazione e beneficiari finali. Nel corso degli accertamenti, la Procura aveva inoltre ottenuto la liquidazione giudiziale di una società operante nel salernitano, ritenuta funzionale alla commissione di reati fallimentari, tributari e di riciclaggio.

L’impresa avrebbe intrattenuto rapporti con altre società accusate di aver emesso fatture per operazioni inesistenti per oltre 335 milioni di euro. L’imponente attività investigativa è stata sviluppata attraverso accertamenti contabili e fiscali, intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti, pedinamenti, analisi dei tabulati, verifiche sui dispositivi informatici e ricostruzioni dei flussi telematici e degli indirizzi IP riconducibili alle operazioni contestate. Le misure cautelari eseguite non costituiscono un accertamento definitivo di responsabilità e possono essere impugnate nelle forme previste dalla legge. Le contestazioni dovranno essere sottoposte al vaglio dei giudici nelle successive fasi del procedimento e, fino a una sentenza irrevocabile, per tutte le persone coinvolte resta fermo il principio costituzionale della presunzione di innocenza.

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