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Barzelletta al "Ruggi d'Aragona": chi gestisce gli uffici chiamato a valutare i propri lavoratori, Cantone fermi subito la commissione

11/06/2026

Al "Ruggi d’Aragona" la prima vera grana per il nuovo direttore generale Nicola Cantone è già servita. L’Azienda ospedaliera universitaria di Salerno sta cercando di fare ordine nel delicato capitolo del personale sanitario e sociosanitario impiegato negli uffici e nei servizi di staff, lontano dalle corsie e dalle attività assistenziali. Il problema riguarda infermieri, operatori socio sanitari e tecnici che, in alcuni casi, avrebbero continuato a percepire indennità strettamente collegate alla presenza fisica nei reparti, come quelle riconosciute per il rischio e la turnazione. Dopo la ricognizione avviata sotto la gestione dell’ex direttore generale facente funzioni Sergio Russo, dallo scorso aprile è scattato lo stop agli emolumenti non compatibili con le mansioni effettivamente svolte. La bozza di manifestazione di interesse trasmessa alle organizzazioni sindacali e alla RSU aziendale prova ora a disciplinare il contingente destinato alle funzioni di staff, fissando il limite massimo complessivo al 4,5 per cento. La priorità sarebbe riservata al personale con limitazioni funzionali permanenti certificate dal medico competente, tali da rendere sconsigliabile l’impiego nell’assistenza diretta nei reparti. Il documento stabilisce inoltre un principio chiaro: chi viene assegnato agli uffici deve osservare l’orario amministrativo e non può continuare a percepire indennità legate alla presenza nelle corsie. La permanenza del personale sanitario non sarebbe ammessa nei settori con funzioni esclusivamente amministrative, contabili o tecniche, come centralino, URP, ufficio tecnico, ufficio personale e segreterie amministrative. Fin qui il tentativo di riportare ordine. Il problema, enorme, nasce quando si arriva alla commissione tecnica chiamata a valutare le domande e a decidere chi potrà restare negli uffici e chi dovrà tornare nei reparti. La bozza indica come presidente la direttrice della Direzione medica di presidio, dott.ssa Antonella Maisto. Gli altri componenti sono il responsabile della UOSD Sorveglianza sanitaria, dott. G. Genovese, e la dirigente delle Professioni sanitarie, dott.ssa A. Di Gisi. Le funzioni di segreteria sarebbero affidate alla collaboratrice amministrativa dott.ssa C. Fumo. Ed è proprio qui che la procedura rischia di trasformarsi in una vera barzelletta amministrativa.

Può una commissione interamente interna valutare con piena imparzialità lavoratori impiegati in settori riconducibili agli stessi responsabili chiamati a esaminarli? È normale che chi gestisce determinate strutture debba poi pronunciarsi sulla permanenza negli uffici del personale assegnato proprio a quelle strutture? E soprattutto: può essere credibile una verifica destinata ad accertare eventuali irregolarità organizzative e possibili danni erariali quando uno dei commissari è chiamato a valutare anche lavoratori operanti nel proprio perimetro gestionale? Il nodo più delicato riguarda la formazione, settore che, secondo quanto riferito, farebbe capo alla Direzione medica di presidio guidata dalla stessa Maisto. Al Polo universitario risulterebbero impiegati quattro infermieri, un OSS e un’ostetrica coordinatrice. Al Polo didattico sarebbero presenti altri tre infermieri e un OSS. Nel centro di formazione della palazzina amministrativa opererebbero addirittura sei infermieri, un assistente tecnico e un collaboratore amministrativo. Non si tratta di emettere sentenze preventive né di colpire i lavoratori. Ognuno ha diritto a una valutazione corretta, seria e rispettosa delle proprie condizioni professionali e personali. Ma proprio per tutelare tutti, compresi gli stessi dipendenti interessati, la verifica deve essere affidata a un organismo realmente terzo. Il punto è semplice e non può essere aggirato: se la presidente della commissione dirige l’area alla quale fanno capo alcuni dei servizi coinvolti nella ricognizione, il rischio di un conflitto di interessi, almeno sotto il profilo dell’opportunità e della credibilità istituzionale, appare evidente. La dirigente finirebbe per partecipare alla valutazione di lavoratori impiegati negli stessi settori riconducibili alla propria struttura. Una situazione paradossale, soprattutto perché la procedura dovrebbe servire proprio a verificare se alcune assegnazioni siano corrette oppure abbiano prodotto un impiego improprio di personale sanitario e un eventuale danno per le casse pubbliche.

Il possibile danno erariale deve diventare uno dei punti centrali dell’accertamento. Se personale assunto per svolgere attività sanitarie o sociosanitarie viene impiegato stabilmente in mansioni differenti, lontano dall’assistenza diretta, e continua eventualmente a percepire indennità non compatibili con il lavoro effettivamente svolto, la questione non può essere ridotta a un semplice problema organizzativo. Occorre verificare con precisione l’utilizzo delle risorse pubbliche, le mansioni realmente esercitate e la legittimità di ogni trattamento economico accessorio. Un ulteriore fronte riguarda la farmacia. Secondo le segnalazioni da verificare, sei OSS svolgerebbero compiti riconducibili a quelli di magazziniere, pur continuando a percepire indennità legate a mansioni differenti. Alla UMACA risulterebbero inoltre assegnati altri due operatori socio sanitari. Anche in questo caso, qualora le circostanze fossero confermate, non si tratterebbe soltanto di una distorsione organizzativa: bisognerebbe accertare l’eventuale danno erariale e stabilire se sia corretto impiegare operatori socio sanitari in funzioni estranee al profilo assistenziale mentre nei reparti il personale continua a essere necessario. Sul dossier è aperto anche il confronto con le rappresentanze dei lavoratori, che chiedono chiarezza e criteri realmente trasparenti. Ma proprio perché il tema coinvolge diritti, assegnazioni, indennità e risorse pubbliche, non è più sufficiente una verifica costruita interamente all’interno dello stesso sistema che dovrebbe essere esaminato.

Cantone si trova dunque davanti a una bella gatta da pelare già all’inizio del mandato. Il nuovo direttore generale deve intervenire immediatamente: sospendere l’iter, bloccare la commissione nella composizione attuale e affidare l’intera ricognizione a un organismo esterno, indipendente e privo di qualsiasi collegamento con le strutture interessate. Una commissione terza dovrà accertare chi svolge realmente mansioni amministrative o di magazzino, chi possiede limitazioni certificate, chi può legittimamente essere assegnato alle funzioni di staff e chi deve rientrare nelle attività assistenziali. Dovrà inoltre verificare l’eventuale percezione di indennità incompatibili con il servizio effettivamente prestato e quantificare, se esistente, il possibile danno erariale. Non servono vendette, regolamenti di conti o processi sommari. Servono trasparenza, regole uguali per tutti e verifiche inattaccabili. Al "Ruggi d’Aragona" non può accadere che i controllori siano chiamati a giudicare situazioni cresciute anche nel perimetro delle strutture da loro stessi gestite. Sarebbe una contraddizione troppo grande per essere ignorata. Una vera barzelletta amministrativa, con un finale che potrebbe essere pagato ancora una volta dai cittadini.

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