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Ruggi, trasfusione oltre l'orario di servizio: medico costretto a seguire da solo una paziente oncologica

04/06/2026

Una paziente oncologica affetta da una grave forma di anemia, una trasfusione ancora in corso e un medico rimasto improvvisamente senza il necessario supporto infermieristico. È l’episodio segnalato dalla Fisi, la Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali, che ha chiesto formalmente alla direzione dell’Azienda ospedaliera universitaria "San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona" di fare piena luce su quanto accaduto all’interno dell’ambulatorio di Medicina Trasfusionale. La vicenda, secondo la ricostruzione del sindacato, risale allo scorso 3 aprile. Una giovane paziente oncologica, con un quadro clinico particolarmente delicato a causa di una severa anemia provocata da un’emorragia, era stata inviata in mattinata dal Day Hospital di Oncologia all’ambulatorio trasfusionale per ricevere due sacche di sangue. La terapia, tuttavia, sarebbe iniziata con notevole ritardo per una serie di difficoltà di natura tecnico-organizzativa. La somministrazione della prima unità di emazie sarebbe partita soltanto nella tarda mattinata. A rendere ancora più complessa la situazione, l’imminenza delle festività pasquali: l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per i tre giorni successivi.

Valutato il quadro ematologico della paziente, il medico in servizio avrebbe ritenuto indispensabile completare il trattamento senza ulteriori rinvii, procedendo anche con la seconda sacca. Una scelta clinica che, stando alla denuncia della Fisi, si sarebbe scontrata con la conclusione del turno degli infermieri assegnati all’ambulatorio. I due operatori avrebbero lasciato il servizio rispettivamente alle 14.30 e alle 15, secondo il proprio profilo orario, mentre la trasfusione era ancora in corso. Il medico sarebbe quindi rimasto per circa un’ora completamente solo, chiamato a gestire una procedura terapeutica complessa senza la presenza del personale infermieristico, indispensabile anche per intervenire tempestivamente in caso di eventuali reazioni avverse. Soltanto nelle fasi finali sarebbe arrivato il sostegno di un operatore proveniente da un altro reparto dell’ospedale. Per la Fisi non si tratterebbe di un semplice inconveniente, ma di un episodio capace di evidenziare criticità organizzative e comportamentali che meritano risposte immediate. Il sindacato contesta soprattutto l’ipotesi secondo cui il personale non avrebbe potuto trattenersi oltre il normale orario di servizio.

"Non si può liquidare la questione sostenendo che l’ambulatorio dovesse necessariamente chiudere all’orario previsto, soprattutto in presenza di una terapia già avviata e clinicamente necessaria", è la posizione espressa dalla sigla sindacale. La decisione di completare la seconda trasfusione, prosegue la Fisi, non sarebbe stata frutto di una scelta arbitraria, ma di una precisa valutazione medica. "La prosecuzione del trattamento era legata alle condizioni della paziente e all’impossibilità di rinviare la terapia nei giorni successivi". Secondo il sindacato, inoltre, sarebbe stato possibile adottare una soluzione organizzativa ragionevole: "L’infermiere rimasto in servizio fino alla conclusione della trasfusione avrebbe potuto recuperare l’ora aggiuntiva nei giorni successivi". A suscitare la reazione della Fisi è anche il mancato riscontro da parte dell’azienda ospedaliera. La segnalazione sarebbe stata formalizzata ai vertici del "Ruggi" già da diverse settimane. Dopo ripetute richieste verbali, il 27 maggio la dirigente sindacale della Fisi, dottoressa Annunziata, avrebbe inviato una nota ufficiale alla Direzione Medica di Presidio, sollecitando chiarimenti e denunciando il silenzio istituzionale.

"Non si comprende il motivo di una risposta che continua a non arrivare davanti a una vicenda così delicata", sottolinea il sindacato. La Fisi chiede ora che la Direzione Medica di Presidio, l’Unità operativa complessa di Gestione del Rischio Clinico e l’intera direzione aziendale esaminino nel dettaglio l’accaduto e rendano note le determinazioni assunte. La questione supera il perimetro di una semplice controversia interna. Al centro rimane la tutela dei pazienti più fragili e la necessità di garantire continuità assistenziale anche quando una procedura medica si prolunga oltre l’orario ordinario. Perché davanti a una trasfusione ancora in corso, soprattutto quando riguarda una paziente oncologica, la burocrazia non può trasformarsi in un ostacolo alla sicurezza delle cure.

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