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Ruggi, il blocco degli straordinari apre un caso più grande: il vero danno non è chi lavora in reparto, ma chi viene utilizzato fuori ruolo

16/05/2026

Il caso degli straordinari al "Ruggi d’Aragona" non può essere liquidato con una formula generica e rischiosa: parlare di "danno erariale" ogni volta che un dipendente supera un certo monte ore rischia di spostare l’attenzione dal problema reale. Perché lo straordinario svolto da chi resta nel proprio reparto, garantisce il servizio, copre carenze di organico e assicura assistenza ai pazienti non può essere considerato alla stessa stregua di una gestione disordinata delle risorse umane. Il punto è un altro. Se un infermiere, un OSS o un tecnico presta ore aggiuntive nel proprio reparto, rispondendo a esigenze concrete e documentabili, quel lavoro non rappresenta automaticamente uno spreco. Al contrario, spesso è ciò che permette ai servizi di andare avanti, ai turni di essere coperti e ai reparti di non fermarsi. Il danno, semmai, va cercato dove il personale viene impiegato senza una reale coerenza con il profilo professionale, con la funzione assegnata o con le necessità dell’assistenza. Ed è qui che il caso "Ruggi" diventa più profondo. Secondo quanto denunciano diversi lavoratori, il vero problema non sarebbe lo straordinario di chi lavora davvero in corsia, ma quello di chi accumula ore girando per l’ospedale senza un impiego chiaro e verificabile. Sarebbe questo, per il personale più critico, il vero rischio di danno per l’erario: non il dipendente che prolunga il turno per garantire il servizio, ma chi viene pagato senza produrre un’attività realmente utile, tracciabile e coerente con il proprio ruolo.

Dentro questa vicenda rientra anche il tema del personale assunto per determinati servizi e poi rimasto in una condizione di incertezza. È il caso, secondo le segnalazioni interne, di alcuni lavoratori collegati alla squadra antincendio, che da oltre un anno sarebbero ancora in attesa di una collocazione definitiva dopo il mancato superamento dell’idoneità con i Vigili del Fuoco. Se personale assunto per una specifica funzione resta senza una reale destinazione operativa, il problema non è solo organizzativo: diventa anche economico, gestionale e amministrativo. Lo stesso ragionamento riguarda le figure professionali sanitarie impiegate negli uffici. Infermieri e OSS dovrebbero essere valorizzati nei reparti, accanto ai pazienti, dove la carenza di personale pesa ogni giorno sull’organizzazione del lavoro. Se invece queste figure vengono spostate stabilmente in mansioni amministrative, negli uffici o addirittura in postazioni come il centralino, mentre nei reparti si continua a chiedere straordinario per coprire i turni, allora la contraddizione diventa evidente. Da una parte si blocca lo straordinario a chi lavora nei servizi essenziali. Dall’altra, secondo il malcontento dei dipendenti, non si interviene con la stessa fermezza su assegnazioni discutibili, utilizzi impropri del personale e situazioni rimaste sospese per troppo tempo. È questa la frattura che alimenta la rabbia: il lavoratore che resta in reparto viene controllato, limitato e messo sotto pressione, mentre altre criticità sembrano non ricevere la stessa attenzione.

Il tema dei facenti funzione si inserisce nello stesso quadro. Per anni, secondo una parte del personale, alcune figure avrebbero assorbito una quota consistente di straordinario, con giornate iniziate alle 7 o alle 8 del mattino e concluse anche alle 18. Una prassi che avrebbe meritato verifiche puntuali, controlli costanti e una presa di posizione chiara. Invece, secondo i lavoratori, si sarebbe lasciato correre troppo a lungo. Il risultato è che oggi il peso delle scelte mancate rischia di ricadere sui dipendenti comuni: persone con famiglie, mutui, affitti, bollette e spese quotidiane, che non chiedono privilegi ma rispetto. Chi lavora nel proprio reparto, svolge il proprio servizio e garantisce l’assistenza non può essere trattato come un problema da bloccare. Il problema è la mancata programmazione, non il lavoratore che copre i vuoti lasciati dall’organizzazione. Per questo il blocco automatico degli straordinari, con alert a 180 ore e stop a 250, rischia di apparire come una misura parziale. Può servire a controllare i numeri, ma non basta a sanare le distorsioni del sistema. Se si vuole davvero evitare sprechi e tutelare l’Azienda, bisogna verificare chi fa cosa, dove lavora, con quale profilo, con quale produttività e con quale reale utilità per i servizi.

La domanda, allora, non è soltanto quante ore di straordinario siano state effettuate. La domanda vera è da chi, dove, per fare cosa e con quale beneficio per l’ospedale. Perchè lo straordinario di chi lavora nel proprio reparto non può essere messo sullo stesso piano di chi viene utilizzato fuori ruolo, senza una destinazione chiara o in mansioni lontane dal profilo per cui è stato assunto. Ora basta scaricare tutto sui lavoratori che ogni giorno mandano avanti i reparti. Se si vuole davvero parlare di controllo della spesa e tutela dell’erario, si abbia il coraggio di guardare dentro l’intera organizzazione: facenti funzione, personale fuori ruolo, assegnazioni negli uffici, squadre rimaste senza collocazione, infermieri e OSS sottratti all’assistenza. Solo così il "Ruggi" potrà affrontare davvero il problema. Altrimenti il blocco degli straordinari resterà l’ennesimo provvedimento calato dall’alto, utile a colpire chi lavora ma insufficiente a correggere le vere storture del sistema.

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