

Al "Ruggi d’Aragona" di Salerno esplode un nuovo caso destinato a far discutere. Dopo le polemiche già emerse negli ospedali dell’Asl Salerno, la questione dei dipendenti con profilo sanitario utilizzati negli uffici amministrativi arriva anche dentro l’Azienda ospedaliera universitaria salernitana. Secondo quanto trapela, sarebbero circa cento i lavoratori che, pur appartenendo a profili legati all’assistenza, avrebbero svolto mansioni lontane dalla corsia, prestando servizio negli uffici dell’azienda anzichè nei reparti. La vicenda non è soltanto organizzativa. Il punto più delicato riguarda le indennità: somme percepite per attività connesse all’assistenza diretta, ma che, in alcuni casi, potrebbero non essere state dovute se il dipendente non era effettivamente impiegato accanto ai pazienti. Per questo motivo, dopo una prima ricognizione interna, i vertici aziendali avrebbero avviato le comunicazioni ai lavoratori interessati, disponendo il rientro nelle mansioni originarie e, dove previsto, anche il recupero delle indennità erogate in eccesso.
Il provvedimento arriva in un momento già teso per il "Ruggi". Nei giorni scorsi, infatti, l’ospedale è finito al centro delle polemiche per il blocco automatico degli straordinari oltre il tetto delle 250 ore annue, misura legata al rischio di danno erariale e destinata a incidere sull’organizzazione di reparti già alle prese con carenze di personale. A firmare l’atto, secondo quanto riportato dalla stampa locale, Vincenzo Stucchio, direttore ad interim dell’Unità Gestione Risorse Umane. Ed è proprio qui che il caso assume un peso politico e amministrativo ancora più forte. Perché una cosa è discutere dello straordinario svolto da chi resta in reparto, copre turni scoperti, lavora anche oltre il dovuto e garantisce la continuità assistenziale; altra cosa è il nodo di chi, pur avendo un profilo sanitario, viene utilizzato stabilmente negli uffici e continua eventualmente a beneficiare di trattamenti economici legati a mansioni che non svolge più sul campo.
Il tema, dunque, non può essere liquidato come una semplice operazione di riordino interno. Se confermati numeri e modalità, si tratterebbe di una frattura profonda nella gestione del personale: da un lato reparti che chiedono braccia, presenze e continuità; dall’altro figure sanitarie finite in percorsi amministrativi non sempre pienamente giustificati. Una situazione che rischia di pesare sui lavoratori correttamente impiegati, sui pazienti e sulle casse pubbliche. La domanda, a questo punto, è inevitabile: il danno erariale va cercato davvero tra chi presta straordinario per garantire i servizi o tra le distorsioni organizzative che, per anni, hanno consentito a personale sanitario di restare lontano dalla corsia pur mantenendo benefici economici collegati all’assistenza? Il "Ruggi", oggi, si trova davanti a un bivio.
Il richiamo in corsia può rappresentare un atto di trasparenza e di ripristino delle regole, ma solo se sarà accompagnato da una verifica rigorosa, uguale per tutti e senza zone d’ombra. Perchè la sanità pubblica non può permettersi nè reparti scoperti nè privilegi silenziosi. E quando l’ospedale chiede sacrifici a chi lavora in prima linea, deve prima dimostrare di aver chiuso ogni porta agli sprechi, alle assegnazioni improprie e alle rendite di posizione. Il caso, ormai, è aperto. E questa volta non riguarda soltanto qualche scrivania occupata da chi dovrebbe stare altrove. Riguarda la credibilità di un’intera macchina ospedaliera, il rispetto verso chi assiste davvero i malati e la necessità di riportare ogni dipendente al proprio posto: dove serve, dove è previsto, dove la legge e il buon senso lo impongono.
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