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Femminicidio di Afragola, Alessio Tucci rinviato a giudizio tra tensione e dolore, ora il processo davanti alla Corte di Assise

03/04/2026

di Massimiliano Catapano

C’è un silenzio che pesa più delle urla. Ed è quello che resta dopo una mattinata carica di tensione, rabbia e dolore fuori dall’aula 108 del Tribunale di Napoli Nord, ad Aversa. Qui si è consumato un altro passaggio decisivo nella vicenda che ha spezzato la vita di Martina Carbonaro, appena 14 anni, uccisa ad Afragola nel maggio 2025. Alessio Tucci, oggi diciannovenne, è stato rinviato a giudizio con accuse pesantissime: omicidio volontario aggravato dai futili motivi, dalla minore età della vittima, dal legame affettivo e dal tentativo di occultamento del cadavere. Il processo si aprirà il prossimo 19 maggio alle ore 9.30 davanti alla Seconda Corte di Assise di Napoli. Una decisione arrivata nel pomeriggio, letta alle 15.30 dal giudice per l’udienza preliminare Pia Sordetti, che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Della Valle, escludendo l’accesso al rito abbreviato richiesto dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Mario Mangazzo. Nessuno sconto, nessuna scorciatoia processuale: la gravità delle aggravanti ha chiuso ogni spiraglio.

Tensione fuori dall'aula: la rabbia di una famiglia distrutta

Fuori dall’aula si è sfiorato il contatto fisico. La madre di Martina ha tentato di avvicinarsi all’imputato, trattenuta a fatica dai carabinieri. Il padre, a sua volta, è stato bloccato dalle forze dell’ordine. Urla, lacrime, disperazione. Una scena che racconta più di qualsiasi verbale. Una reazione che non può essere liquidata come eccesso emotivo. È il dolore di chi ha perso una figlia di 14 anni, strappata alla vita con una violenza brutale. Una rabbia che trova una sua tragica legittimità. Davanti al tribunale, la madre, Fiorenza Cossentino, ha affidato parole che non lasciano spazio a interpretazioni: "Mi aspetto che lo condannino a fine pena mai, non l’ergastolo, ma proprio una pena senza fine. Ormai non viviamo più, si piange tutti i giorni". Parole che non chiedono vendetta, ma giustizia. Una giustizia che sia proporzionata all’irreparabile.

Il quadro accusatorio: un delitto lucido e aggravato

Secondo la ricostruzione dei carabinieri di Castello di Cisterna, Martina sarebbe stata attirata dall’ex fidanzato in un edificio in ristrutturazione nei pressi dello stadio di Afragola. Qui, dopo aver respinto un tentativo di riavvicinamento, sarebbe stata colpita con una pietra. Un gesto violento, definitivo. Il corpo, poi, nascosto sotto un armadio tra rifiuti. E non basta: nelle ore successive, il giovane avrebbe partecipato alle ricerche della ragazza, tentando di depistare le indagini dopo la denuncia di scomparsa. Un comportamento è quello di un soggetto lucido e manipolatore, che aggiunge un ulteriore livello di gravità a una vicenda già devastante.

Le parti civili: una comunità che si stringe

I genitori di Martina si sono costituiti parte civile, assistiti dall’avvocato Sergio Pisani. Con loro anche il Comune di Afragola, rappresentato dall’avvocato Gaetano Inserra, e l’associazione Telefono Azzurro, con l’avvocata Clara Niola. Non è solo una famiglia a chiedere giustizia. È un’intera comunità.

Il processo e il peso della decisione

Ora la parola passa alla Corte di Assise. Sarà quel collegio giudicante a dover stabilire la verità processuale e, soprattutto, la pena. Ed è qui che il caso esce dalla cronaca per entrare nella coscienza collettiva. Chi dovrà giudicare sarà chiamato a farlo con il massimo rigore, senza attenuanti morali o scorciatoie interpretative. Non è solo una questione giuridica, ma etica. Perché davanti a un delitto di questa natura, con una vittima di 14 anni e un quadro accusatorio così grave, la risposta dello Stato deve essere chiara, netta, esemplare. Non si tratta di emotività, ma di responsabilità. Chi emetterà la sentenza dovrà chiedersi - senza retorica - quale risposta darebbe se quella ragazza fosse stata sua figlia. È una domanda scomoda, ma inevitabile.

Una vita spezzata, una giustizia che deve essere all'altezza

Martina Carbonaro aveva 14 anni. Un’età fatta di sogni, di primi progetti, di futuro. Tutto cancellato. E allora la richiesta della famiglia - "fine pena mai" - non è uno slogan. È il grido di chi ha perso tutto. La giustizia, adesso, non può permettersi ambiguità. Non può permettersi leggerezze. Non può permettersi errori. Perchè questa non è solo una sentenza da emettere. È una risposta da dare a un Paese intero.

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