

di Massimiliano Catapano
Il terremoto era nell’aria, adesso è diventato realtà. Gabriele Gravina si è dimesso dalla presidenza della FIGC e il calcio italiano si ritrova improvvisamente davanti allo specchio, costretto a guardare senza più alibi le proprie macerie sportive, politiche e strutturali. La decisione è arrivata nella giornata di oggi, al termine di un vertice straordinario andato in scena a Roma, due giorni dopo la disfatta di Zenica, l’ennesima fotografia di un movimento che da troppo tempo non riesce più a stare all’altezza della propria storia. La Federazione ha già fissato la data per il nuovo passaggio elettorale: il 22 giugno si voterà a Roma per aprire un nuovo ciclo. Ma la sensazione, fortissima, è che stavolta non basterà cambiare un presidente per guarire un sistema malato. Gravina, che era entrato al timone della Federcalcio nel 2018 e che aveva ricevuto un nuovo mandato nel febbraio 2025, lascia in un momento simbolicamente devastante: l’Italia è fuori dal Mondiale per la terza edizione consecutiva. Un dato che, da solo, basta a spiegare la portata storica del crollo. Dopo l’esclusione da Russia 2018, arrivata nello spareggio contro la Svezia, dopo il trauma di Qatar 2022 con la clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord, è arrivato anche il colpo più doloroso sul piano della credibilità: l’uscita dal percorso verso il Mondiale 2026, maturata dopo il ko di Zenica. Per una Nazionale quattro volte campione del mondo, non è più una crisi: è un’umiliazione strutturale.
Nella riunione di oggi, Gravina ha comunicato ufficialmente il proprio passo indietro ai rappresentanti delle componenti federali: il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli, quello della Lega B Paolo Bedin, il numero uno della Lega Pro Matteo Marani, il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori Umberto Calcagno e quello dell’Associazione Italiana Allenatori Renzo Ulivieri. È stato il passaggio conclusivo di una gestione ormai logorata, politicamente e sportivamente, al punto da non avere più margini di sopravvivenza. La stessa FIGC ha spiegato che la scelta di fissare le elezioni il 22 giugno è legata anche alla necessità di consegnare alla futura governance la procedura di iscrizione ai prossimi campionati professionistici. Segno evidente di un sistema che, anche nei tempi, deve correre per evitare ulteriori vuoti di potere. Ma ridurre tutto alla sola Nazionale sarebbe un errore. Perchè il nome di Gravina, almeno in una città come Salerno, non è mai stato legato soltanto alle sorti dell’Italia. Il suo mandato è stato vissuto spesso come sinonimo di distanza, freddezza istituzionale e gestione discutibile di passaggi delicatissimi che hanno toccato da vicino il destino granata. L’ormai ex presidente federale non è mai entrato davvero nel cuore della tifoseria salernitana, e non soltanto per ragioni emotive: il rapporto si è consumato nel tempo, tra frizioni pubbliche, decisioni contestate e una lunga scia di diffidenza.
Il punto di rottura più recente è stato senza dubbio il caso play-out che ha coinvolto la Salernitana. La gestione federale degli spareggi salvezza, il rinvio del match con il Frosinone, il clima di incertezza che ha accompagnato quei giorni e la durissima dialettica istituzionale con Danilo Iervolino hanno finito per scavare un fossato quasi insanabile. Gravina parlò di "ricerca di alibi", una frase rimasta impressa nell’ambiente granata come un marchio di distanza e di ostilità. Poi arrivò anche il commento sul verdetto del TAR relativo al ricorso della Salernitana, liquidato con il richiamo al "rispetto delle regole": formalmente impeccabile, politicamente glaciale. In una piazza già esasperata, quelle parole furono lette come l’ennesima dimostrazione di una frattura ormai conclamata. E non fu un episodio isolato. Perchè anche nel 2019, quando la Salernitana si ritrovò coinvolta nei play-out con il Venezia, il quadro organizzativo e giudiziario che accompagnò quella vicenda lasciò più di una perplessità. Il caso Palermo, la penalizzazione per illecito amministrativo, la classifica stravolta, gli spareggi congelati e poi rimessi in piedi in extremis, con Venezia e Salernitana costrette a giocare dopo giorni di totale incertezza, rappresentarono una delle pagine più confuse del calcio italiano recente. Alla fine quei playout si rivelarono quasi inutili, perchè il fallimento dei rosanero e il successivo ripescaggio cambiarono nuovamente lo scenario. Ma quella stagione, anche a distanza di anni, resta uno dei simboli di un calcio italiano incapace di garantire chiarezza, certezza del diritto e credibilità competitiva.
Nel lungo elenco dei dissapori tra Gravina e il mondo Salernitana va inserito anche il periodo delicatissimo della doppia proprietà e del Trust. Furono mesi tesissimi, in cui la sopravvivenza stessa del club in Serie A sembrava appesa a un filo. In quel contesto, fecero rumore anche le parole rivolte all’allora sindaco Vincenzo Napoli, definito di fatto assente in un momento che la città viveva come decisivo. La frattura tra istituzioni sportive e istituzioni cittadine diventò plastica, e l’impressione fu che Salerno si sentisse spesso sola in una battaglia che avrebbe richiesto ben altro livello di sensibilità politica. Poi arrivò Danilo Iervolino, poi arrivò la salvezza societaria, poi arrivarono anche le critiche di Claudio Lotito. Ma il segno lasciato da quella fase, nei rapporti con Gravina, non si è mai davvero cancellato. Eppure il problema, oggi, va ben oltre i rancori di una piazza. Perché le dimissioni di Gravina non chiudono soltanto una presidenza: certificano il fallimento di un’intera architettura. L’Italia del calcio non è crollata in una notte. È caduta lentamente, stagione dopo stagione, riforma mancata dopo riforma mancata, rinvio dopo rinvio, compromesso dopo compromesso. Il calcio italiano continua a vivere in un paradosso: pretende di restare grande senza più costruire grandezza. Si affida alla retorica del blasone, ma ha smesso da anni di produrre con continuità il proprio futuro.
Per questo il punto non è solo "chi verrà dopo". Il punto è cosa dovrà fare chi verrà dopo. Perchè se la nuova governance si limiterà a una normale successione di potere, allora il 22 giugno non cambierà nulla. Serve una riforma profonda, persino impopolare se necessario, ma finalmente coraggiosa. Il calcio italiano deve tornare a mettere al centro i vivai, la formazione, la qualità tecnica, la cultura del gioco, la crescita dei giovani italiani. Non si può continuare a riempire i campionati di stranieri mediocri e poi stupirsi se la Nazionale non ha ricambi, identità e personalità. La strada è dura, ma il principio dovrebbe essere semplice: meno stranieri inutili, più spazio ai talenti italiani. E soprattutto un vincolo serio, non simbolico, che imponga ai club un cambio di mentalità. Dalla Serie A alla Serie C, il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di introdurre un obbligo strutturale: almeno quattro calciatori italiani provenienti dal settore giovanile in campo ogni partita. Non una norma da facciata, non una regola aggirabile, ma un criterio identitario su cui ricostruire il movimento. Sarebbe una rivoluzione vera, forse persino scomoda, ma è esattamente ciò che serve a un sistema che ha smesso da troppo tempo di proteggere il proprio patrimonio tecnico. Perchè il fallimento non nasce solo dai risultati. Nasce dal fatto che oggi l’Italia non spaventa più nessuno. E questa, per il nostro calcio, è la sconfitta più grave di tutte. Una Nazionale che un tempo incuteva rispetto, oggi entra troppo spesso in campo con paura, fragilità, inconsistenza. Il problema non è soltanto l’allenatore, il modulo, il presidente o il commissario tecnico di turno. Il problema è che il calcio italiano, nel suo complesso, ha smarrito la propria direzione.
Le dimissioni di Gravina chiudono un’epoca, ma soprattutto spalancano una responsabilità enorme. Il prossimo presidente federale non dovrà limitarsi a gestire il presente: dovrà rifondare il futuro. E stavolta non basteranno slogan, conferenze stampa o tavoli istituzionali. Serviranno idee forti, scelte scomode e una sola ossessione: restituire all’Italia un calcio degno della sua storia. Perchè tre Mondiali consecutivi senza Azzurri non sono una parentesi. Sono una vergogna nazionale. E adesso, finalmente, nessuno può più far finta di niente.
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