

di Massimiliano Catapano
La Salernitana esce dal "Viviani" con un passivo pesantissimo, ma il 5-2 contro il Potenza non è soltanto una sconfitta larga: è la fotografia tattica e mentale di una squadra andata in frantumi dentro la partita. I granata (foto Us Salernitana), schierati da Serse Cosmi con il 3-5-2, sono passati dal vantaggio al crollo nel giro di pochi minuti, finendo risucchiati in una gara che il Potenza ha saputo leggere meglio, interpretare con più gamba e soprattutto aggredire negli spazi che la Salernitana ha continuato a concedere per tutti i novanta minuti. Le formazioni di partenza, il punteggio finale e la sequenza delle reti confermano con chiarezza l’andamento di una gara vinta dai lucani 5-2 dopo il momentaneo sorpasso campano sull’1-2. Il punto vero, però, non è il modulo scritto sul foglio. Il problema è stato il modo in cui la Salernitana ha occupato il campo. Il 3-5-2 di Cosmi avrebbe dovuto dare più copertura, anche alla luce delle assenze difensive che avevano orientato la scelta verso la linea a tre. In realtà ha prodotto l’effetto opposto: squadra lunga, quinti troppo esposti, centrocampo spesso in ritardo sulle seconde palle e difesa costretta a correre all’indietro quasi a ogni accelerazione del Potenza. Già alla vigilia, l’assetto previsto per i granata era proprio quello con Cabianca, Matino e Anastasio nel terzetto arretrato e Longobardi-Villa sulle corsie.
La partita si è indirizzata subito sul terreno più pericoloso per la Salernitana: quello delle transizioni. Il goal di Felippe dopo appena tre minuti nasce infatti da una ripartenza che ribalta una situazione favorevole ai granata. È un dettaglio che, in realtà, dettaglio non è affatto: quando perdi l’equilibrio preventivo su una palla inattiva a favore, vuol dire che la struttura di protezione è sbagliata oppure eseguita male. Felippe ha potuto puntare il diretto avversario dal limite, allargarsi e calciare con troppo spazio per un’azione che arriva da una situazione nella quale, teoricamente, dovresti essere già organizzato per prevenire il contropiede. Paradossalmente la Salernitana, in quella fase, aveva anche trovato il modo di rimettere in piedi il pomeriggio. L’1-1 di Lescano arriva da calcio d’angolo, il 2-1 di Tascone da una giocata individuale rifinita su cross dalla sinistra. Ma proprio qui si apre la chiave tattica della gara: i due goal segnati non hanno mai coinciso con un controllo reale del match. La Salernitana era riuscita a colpire, non a governare. Non aveva il possesso della partita, non ne dettava i ritmi, non ne copriva gli spazi. Era una squadra che produceva episodi offensivi, ma senza mai dare la sensazione di avere in mano la struttura della gara.
E qui entra in gioco anche l’altro aspetto, forse ancora più grave: quello mentale. Perchè la Salernitana a Potenza non è crollata soltanto nelle distanze e nelle letture, ma anche nella testa. La sensazione netta è che i granata siano scesi in campo con una dose imperdonabile di presunzione, figlia probabilmente delle tre vittorie consecutive che avevano riportato entusiasmo e alleggerito la pressione. Ma proprio lì sta l’errore più pesante. Quelle tre vittorie, per onestà di giudizio, non erano arrivate attraverso prestazioni dominanti o partite davvero convincenti. Erano successi utili per la classifica, ma non abbastanza solidi da autorizzare superiorità psicologica, rilassatezza o peggio ancora la convinzione di poter gestire una gara di Lega Pro senza la massima ferocia agonistica. In Serie C, del resto, appena abbassi la soglia dell’attenzione o pensi di vincere con il nome, con l’inerzia o con la semplice qualità individuale, il rischio di prendere una goleada diventa concreto. È un campionato che non perdona nulla. Ti chiede corsa, umiltà, aggressività, fame. E la Salernitana, a Potenza, ha dato invece la sensazione opposta: quella di una squadra che, dopo aver trovato il vantaggio, ha pensato forse di poter amministrare la partita senza avere davvero nè il controllo tattico nè la durezza mentale per farlo. È lì che la sconfitta si è trasformata in Caporetto.
Il Potenza, al contrario, ha capito quasi subito dove affondare. Il 4-3-3 di De Giorgio ha lavorato bene in ampiezza e ancora meglio nei mezzi spazi, costringendo la Salernitana a continue uscite scomposte. Quando i quinti granata salivano, alle loro spalle si aprivano corridoi evidenti; quando restavano bassi, il Potenza riusciva comunque a consolidare il possesso e a portare fuori posizione i riferimenti del terzetto difensivo. Schimmenti, D’Auria e Murano hanno mosso continuamente la linea campana, ma la vera superiorità lucana è stata nella qualità delle corse senza palla: il Potenza arrivava prima sulle seconde palle, attaccava con più uomini e, soprattutto, aveva una velocità di pensiero che la Salernitana non è mai riuscita a pareggiare. I lucani sono apparsi più reattivi, più rapidi nelle letture e capaci di colpire ogni volta che la squadra granata perdeva ordine. Il 2-2 di Schimmenti è emblematico perché nasce proprio da una situazione che fotografa l’assenza di controllo della Salernitana sulle corsie e nella propria area. Il cross dalla sinistra arriva senza una pressione efficace sul portatore e l’inserimento offensivo sorprende una linea già disunita. Ancora più indicativo il 3-2 di Kirwan, che si materializza sugli sviluppi di un angolo dopo un’altra iniziativa nata da una transizione offensiva lucana. Nel giro di quattro minuti la Salernitana perde il vantaggio, perde le misure e perde soprattutto la capacità di leggere dove si sta spaccando la partita.
Ed è proprio in quel passaggio che il crollo mentale diventa evidente. La squadra non reagisce da squadra matura, ma da gruppo ferito e confuso. Si allunga, si innervosisce, perde pulizia nelle giocate, sbaglia scelte semplici, smarrisce compattezza. Come se, una volta ricevuti i colpi del Potenza, fosse venuta meno anche la tenuta emotiva per restare dentro la partita. Da lì in avanti il match diventa un’esposizione continua delle fragilità granata. Il terzetto difensivo non riesce nè ad accorciare nè a scappare con i tempi giusti. Il centrocampo non schermava la zona centrale con continuità e non accompagnava il recupero posizione dopo la perdita del pallone. Gli esterni, che in un 3-5-2 dovrebbero essere decisivi nel garantire ampiezza e copertura, sono finiti schiacciati tra due compiti: spingere per dare sfogo alla manovra e abbassarsi per rincorrere i tagli del Potenza. Risultato: né una cosa né l’altra fatta davvero bene. La Salernitana si è così ritrovata senza densità in mezzo e vulnerabile fuori. Anche la ripresa, da questo punto di vista, non ha dato segnali di vera correzione. Cosmi ha mantenuto il 3-5-2 anche dopo l’intervallo e dopo i cambi offensivi, senza riuscire però a modificare la sostanza della partita. La prima occasione del secondo tempo per i granata arriva tardi e in modo episodico, mentre il Potenza continua a trasmettere la sensazione di poter colpire appena alza i giri. La Salernitana, pur sotto nel punteggio, non riesce a costruire pressione organizzata: attacca più per nervosismo che per struttura, più con la ricerca diretta che con una manovra lucida.
I due goal nel recupero, firmati Selleri e Siatounis, allargano il punteggio ma non cambiano la sostanza del giudizio. La Salernitana era già tatticamente crollata molto prima del 5-2 definitivo, e mentalmente aveva già smesso di stare davvero dentro la partita. Le reti finali rendono soltanto più brutale un verdetto che il campo aveva già emesso: il Potenza ha giocato una partita chiara, verticale, intensa; la Salernitana ha invece attraversato il pomeriggio senza equilibrio, senza protezioni e senza capacità di correggersi mentre la gara le stava scivolando via. La sensazione più grave, osservando il match dal punto di vista tattico, è che la Salernitana non abbia perso per un episodio o per un pomeriggio storto. Ha perso perché non è mai riuscita a difendere la partita nei suoi snodi essenziali: le transizioni, le ampiezze, le marcature preventive, le distanze tra i reparti. Ma ha perso anche perchè, a un certo punto, ha smesso di avere la lucidità, l’umiltà e la durezza mentale richieste da una categoria come la Lega Pro. Ecco perchè la parola Caporetto, in questo caso, non è eccessiva: racconta una sconfitta totale, tecnica, tattica e psicologica. Cosmi, nel post gara, ha parlato apertamente di "umiliazione". È una parola forte, ma aderente alla natura del ko. Perché a Potenza non è mancato soltanto il carattere: è mancata proprio l’architettura della squadra. E quando cede quella, il punteggio finisce quasi sempre per diventare impietoso.
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