

di Massimiliano Catapano
La svolta è arrivata nel pomeriggio di mercoledì, con il peso delle decisioni che non lasciano spazio alle letture di comodo: la Regione Campania ha notificato il decreto di rigetto dell’Autorizzazione Integrata Ambientale alle Fonderie Pisano, mettendo a repentaglio il futuro dello storico impianto di Fratte e aprendo una fase che, a questo punto, può tradursi nella chiusura dello stabilimento. È l’epilogo più severo di una vicenda che da anni attraversa Salerno come una linea di frattura mai davvero rimarginata, sospesa tra il diritto alla salute, la tutela dell’ambiente e l’angoscia di centinaia di famiglie legate al lavoro in fabbrica. Nel comunicare il provvedimento, Palazzo Santa Lucia ha parlato di un procedimento "rigoroso", costruito su valutazioni tecniche e giuridiche puntuali, e lo ha collocato dentro un indirizzo politico preciso, quello indicato dal presidente della Regione Roberto Fico, che mette al centro la salvaguardia dell’ambiente e della salute pubblica. La scelta, viene spiegato dalla Giunta, si inserisce nel solco tracciato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha riconosciuto il danno arrecato alla vita privata e familiare dei residenti delle aree interessate, richiamando le istituzioni al dovere di intervenire dopo una situazione trascinatasi troppo a lungo.
A dare la misura politica e amministrativa del passaggio è stata l’assessora regionale all’Ambiente, Claudia Pecoraro, il cui assessorato ha guidato l’istruttoria insieme ai dirigenti e agli uffici regionali. "Con il decreto di rigetto dell’AIA compiamo un passo importante", ha dichiarato, "non solo per affermare la centralità della salute e dell’ambiente, ma per dare concreta attuazione a un obbligo morale e giuridico". E ancora: "Dopo anni in cui non si è riusciti a individuare soluzioni realmente sostenibili, abbiamo il dovere di intervenire. Allo stesso tempo, siamo pienamente consapevoli delle ricadute sui lavoratori e sulle lavoratrici, e il nostro impegno è garantire percorsi di tutela e futuro". Parole che condensano l’intera contraddizione del caso Pisano: da un lato la necessità di fermare ciò che la Regione considera incompatibile con gli standard richiesti, dall’altro il tentativo di non lasciare soli i dipendenti travolti dalle conseguenze del provvedimento. Il cuore tecnico della decisione sta proprio qui. Secondo la Regione, l’istruttoria ha fatto emergere l’impossibilità di garantire il rispetto delle BAT, le migliori tecniche disponibili previste dalla normativa europea, e dei limiti emissivi richiesti.
Nelle settimane precedenti, già il preavviso di diniego era stato motivato con la mancata dimostrazione del completo adeguamento ai criteri fissati dall’Unione Europea, in particolare sul fronte delle emissioni, con pareri negativi maturati nell’ambito della conferenza dei servizi. In quel passaggio hanno pesato le valutazioni di Arpac, Asl e Università del Sannio, richiamate nelle ricostruzioni di queste settimane come tasselli decisivi del no finale. Per l’azienda, però, la lettura è radicalmente diversa e il conflitto è tutt’altro che chiuso. La proprietà contesta l’impostazione della Regione e denuncia un’accelerazione ritenuta ingiustificata. La linea difensiva è già tracciata: "La Regione cercava un pretesto per chiuderci in fretta", sostiene la società, ribadendo che il quadro normativo europeo avrebbe concesso più tempo per l’adeguamento. Nelle settimane scorse l’ingegner Ciro Pisano aveva spiegato così la posizione aziendale: "La normativa stabilisce che le imprese abbiano quattro anni dalla pubblicazione delle BAT Conclusions per adeguarsi ai nuovi limiti di emissione vincolante. Questo termine scade a novembre 2028". La tesi della fonderia è che il progetto di adeguamento fosse inserito in un cronoprogramma compatibile con la complessità degli interventi, mentre la Regione avrebbe preteso un allineamento sostanzialmente immediato.
È su questo crinale che adesso si consumerà il prossimo scontro, verosimilmente anche nelle aule giudiziarie. Perchè il decreto di rigetto non chiude soltanto una procedura amministrativa: segna un punto di rottura definitivo tra due visioni inconciliabili. Da una parte c’è la convinzione della Regione che non esistano più margini per tenere insieme produzione industriale e compatibilità ambientale in quelle condizioni; dall’altra la pretesa dell’azienda di poter completare l’adeguamento entro i termini che ritiene riconosciuti dalla disciplina europea. In mezzo restano il territorio e i lavoratori, con la prospettiva concreta di una battaglia lunga e aspra. La vicenda Pisano, del resto, non può essere letta come un semplice contenzioso autorizzativo. È diventata nel tempo una delle questioni simbolo del rapporto malato tra industria, controlli pubblici e qualità della vita nell’area nord di Salerno. La pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato una forza ulteriore alle ragioni di chi per anni ha denunciato un peso insostenibile sulle comunità locali, e oggi la Regione rivendica di aver tradotto quel richiamo in un atto amministrativo netto.
Non è un dettaglio, ma il quadro nel quale questo provvedimento è maturato: non una decisione isolata, bensì la risposta istituzionale a una storia che per troppo tempo è sembrata avvitarsi su sè stessa. Per Salerno si apre ora una pagina delicatissima. Il rigetto dell’AIA viene salutato da una parte della città come il primo vero sigillo su una vertenza ambientale durata troppo, ma contemporaneamente riaccende il dramma occupazionale di chi teme di pagare il prezzo più alto di una scelta attesa da anni. È il doppio volto della giornata: da un lato la rivendicazione di una svolta non più rinviabile, dall’altro la domanda, ancora senza risposta piena, su quale futuro venga offerto a lavoratrici e lavoratori. La Regione promette "percorsi di tutela e futuro"; l’azienda annuncia resistenza; il territorio, ancora una volta, resta fermo nel mezzo, a contare le conseguenze di una decisione che arriva tardi per alcuni e troppo in fretta per altri.
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