

di Massimiliano Catapano
C’è un punto, nelle grandi tragedie sanitarie, in cui il dolore dei familiari smette di essere l’unica crepa e comincia ad affiorare anche tutto ciò che, fino a quel momento, era rimasto soffocato nei corridoi, nelle sale operatorie, nei silenzi forzati di chi lavora sotto pressione. È quel punto in cui il vaso di Pandora si apre davvero. Ed è ciò che sta accadendo all’ospedale "Monaldi" di Napoli, dove undici infermieri hanno trovato la forza di mettere nero su bianco un’accusa durissima: un clima quotidiano segnato, a loro dire, da urla, umiliazioni, aggressività verbale e mortificazione professionale attribuite al cardiochirurgo Guido Oppido, responsabile dell’équipe che operò il piccolo Domenico Caliendo. La loro lettera, indirizzata alla direzione dell’Azienda ospedaliera dei Colli e datata 27 gennaio, non descrive un episodio isolato nè uno scatto d’ira legato soltanto alla drammatica vicenda del trapianto fallito. Il quadro raccontato dagli operatori è quello di una tensione sedimentata nel tempo, di un ambiente percepito come intimidatorio, logorante, incapace di garantire serenità a chi ogni giorno dovrebbe lavorare con lucidità, equilibrio e senso di squadra. Ed è proprio questo l’aspetto più inquietante: quando il timore entra stabilmente in reparto, a perdere non è soltanto il personale, ma l’intera qualità dell’assistenza.
La denuncia arriva sullo sfondo della morte del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo che aspettava un cuore nuovo fin dalla nascita e che, secondo la ricostruzione finita al centro dell’inchiesta, ricevette un organo danneggiato durante il prelievo e il trasporto da Bolzano a Napoli. Per questa vicenda la Procura indaga su sette persone; tra i nomi finiti sotto i riflettori ci sono proprio quelli di Guido Oppido e della cardiochirurga Gabriella Farina, entrambi sospesi. L’avvocato della famiglia Caliendo ha inoltre chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare nei loro confronti. In questo contesto, la lettera degli infermieri assume un peso che va oltre la semplice lamentela interna. Diventa un atto di rottura. Un gesto che suggerisce una verità amara e antica: troppo spesso, nei luoghi dove il prestigio individuale conta moltissimo, la tutela dell’immagine personale rischia di diventare più importante dell’ascolto degli altri professionisti. È una dinamica che la sanità non può permettersi. Perchè quando una figura di vertice ritiene di non poter essere messa in discussione, il rischio è che ogni errore si trasformi in scaricabarile, ogni critica in fastidio, ogni voce diversa in un nemico da zittire. E a quel punto il gruppo smette di essere équipe e diventa platea impaurita. Questa, va detto con chiarezza, è la lettura che emerge dalle denunce e dal clima raccontato, non una responsabilità già accertata in sede giudiziaria.
A rendere ancora più pesante il quadro è anche il racconto di un episodio riferito negli atti, secondo cui Oppido avrebbe perso la calma durante una riunione, arrivando a colpire un termosifone nel momento in cui sarebbe emersa un’anomalia sull’orario di clampaggio del cuore di Domenico. Un dettaglio che, se inserito nel contesto delle altre segnalazioni, restituisce l’immagine di un reparto attraversato da nervi scoperti, paure e tensioni profonde. Ed è proprio nei momenti di massima delicatezza che il sangue freddo, la responsabilità e il rispetto dei ruoli dovrebbero rappresentare il primo requisito di chi guida un’équipe. Oppido, intervistato in televisione, ha sostenuto di aver fatto "tutto quello che doveva fare" e di averlo fatto bene, dicendosi vittima di un trattamento ingiusto. È una linea difensiva legittima, come è legittimo che ciascun indagato rivendichi la propria versione. Ma il punto oggi non è soltanto giudiziario. È anche morale e professionale. Perché se undici infermieri arrivano a denunciare insieme un sistema di rapporti vissuto come umiliante, allora la questione non può essere archiviata come un’incomprensione caratteriale o come il prezzo inevitabile dell’eccellenza. Nessun curriculum brillante, nessun ruolo apicale, nessuna fama da professionista illustre può autorizzare l’arroganza, il disprezzo o la sistematica svalutazione di chi lavora al proprio fianco.
Nei reparti più delicati la competenza non basta, se non è accompagnata dall’equilibrio. E l’autorevolezza non coincide mai con la sopraffazione. Anzi, ne è il contrario. I veri leader non umiliano, non terrorizzano, non alzano muri per proteggere il proprio nome quando la realtà comincia a bussare con violenza. I veri leader si assumono il peso delle decisioni, ascoltano, spiegano, rispondono, e soprattutto non trasformano i collaboratori in bersagli utili a salvare la faccia. È questo il punto più tagliente che la vicenda del "Monaldi" consegna all’opinione pubblica: quando l’immagine diventa un’ossessione, il rischio è che la verità venga trattata come una minaccia invece che come un dovere. Adesso però serve molto più dell’indignazione. Serve chiarezza. La magistratura farà il suo corso e dovrà accertare responsabilità, errori, omissioni e nessi causali. Ma sul piano organizzativo e umano, il caso è già esploso in tutta la sua gravità. Perchè un ospedale non può permettersi zone d’ombra fondate sulla paura, nè catene gerarchiche in cui il rispetto venga sostituito dal timore reverenziale. La denuncia degli undici infermieri, comunque finiranno gli accertamenti, ha già un valore netto: ha rotto un silenzio. E quando in corsia il silenzio si rompe così, vuol dire che per troppo tempo qualcuno ha pensato di poter comandare senza essere mai messo davvero di fronte alle conseguenze del proprio comportamento.
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