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Caso Domenico Caliendo, lo sfogo in tv del cardiochirurgo del Monaldi riapre la ferita mentre gli atti inchiodano i tempi dell'operazione

03/03/2026

di Massimiliano Catapano

Napoli assiste, ancora una volta, a un cortocircuito che fa male: da una parte una famiglia che ha perso un bambino di due anni e mezzo, Domenico, morto lo scorso 21 febbraio dopo un trapianto di cuore; dall’altra un chirurgo che sceglie la vetrina televisiva per rivendicare se stesso. "Le cose le ho fatte bene… quindi io sono la vittima", ha detto Guido Oppido, cardiochirurgo dell’ospedale "Monaldi", intervenendo nel programma "Lo stato delle cose" su Rai 3, condotto da Giletti. È una frase che lascia il segno, ma nel modo sbagliato. Perchè la parola "vittima", in una vicenda del genere, ha un solo volto: quello di un bambino che non c’è più. Il resto è un tentativo di spostare il baricentro emotivo del caso su chi è chiamato a spiegare e a rispondere, non a reclamare comprensione in prima serata. Se davvero si è convinti di avere agito correttamente, il luogo della difesa non è il palinsesto: sono gli atti, le perizie, il contraddittorio, i giudici. Oppido, nell’intervista, ha richiamato anche il proprio curriculum umano e professionale, sostenendo di aver "buttato 11 anni" della sua vita per operare bambini in Campania e di averne operati "tremila", descrivendo l’ondata mediatica come un’ingiustizia personale. Ma il punto non è quante vite siano state salvate in passato. Il punto, qui, è una sola vita persa e una sequenza di scelte e tempi che l’inchiesta sta passando al microscopio.

Il dettaglio che pesa: torace "vuoto" prima dell’arrivo del cuore da trapiantare

Ed è qui che si inserisce il dettaglio decisivo da sottolineare, quello che rende ancora più inopportuna qualsiasi autoassoluzione pubblica: dalle ricostruzioni e dalle testimonianze acquisite, emerge che l’espianto del cuore malato di Domenico sarebbe avvenuto prima dell’arrivo in sala operatoria del cuore del donatore. In particolare, viene riportata una scansione temporale con espianto alle 14.18 e arrivo dell’organo alle 14.22, dunque con il bambino già senza cuore quando il nuovo organo non era ancora stato verificato in condizioni reali. Questo è il nodo che, se confermato in sede tecnica e giudiziaria, diventa devastante sul piano della prudenza clinica: procedere a rendere "vuoto" il torace del paziente prima di avere fisicamente l’organo disponibile e valutabile - soprattutto in un contesto in cui poi si scopre un problema di conservazione/trasporto . significa esporsi al rischio massimo. E infatti, secondo quanto riportato, quando il cuore è arrivato si sarebbe scoperto che era nel box con ghiaccio secco, con successivi tentativi di scongelamento.

Autopsia e incidente probatorio: oggi la verità passa dai numeri

Oggi, a Napoli, sono in programma l’incidente probatorio e l’autopsia presso l’obitorio del Secondo Policlinico: passaggi fondamentali perché cristallizzano gli accertamenti e fissano, una volta per tutte, i punti che non possono essere "raccontati" ma solo dimostrati. Tra gli aspetti da chiarire: la possibilità di un nuovo trapianto, l’eventuale lesione al ventricolo sinistro e l’esatto orario del clampaggio aortico. Sullo sfondo, la ricostruzione dei tempi tra espianto e impianto: secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il bambino sarebbe rimasto senza cuore per almeno 45 minuti.

Il collegio dei periti e le verifiche interne

Sul piano procedurale, è stato anche registrato un cambio nel collegio peritale: il legale della famiglia, Petruzzi, ha ottenuto la ricusazione di uno dei periti, sostituito con Ugolini Livi su decisione del gip Sorrentino. Nel frattempo, la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Iervolino, ha rivendicato che le prime verifiche interne sarebbero partite già il 30 dicembre e che gli atti sono stati messi a disposizione dell’autorità giudiziaria, della Regione Campania e del Ministero della Salute, respingendo l’idea di "occultamenti".

Il tempo del rispetto, non dell'ego

Dopo l’autopsia sarà possibile fissare la data dei funerali, che dovrebbero svolgersi nel Duomo di Nola. Ed è qui che la misura dovrebbe essere automatica: quando una famiglia è in attesa di seppellire un figlio, ogni parola fuori posto pesa il doppio. Per questo, più che "vittima", oggi la definizione più corretta per chi è sotto indagine è un’altra: persona chiamata a rispondere. E se davvero c’è certezza di aver fatto tutto come si doveva, allora non serve alzare la voce in tv. Serve abbassarla, per rispetto. E lasciare che parlino i fatti.

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