

di Massimiliano Catapano
Il "caso Pagani" entra nella fase decisiva: il maxi-impianto accusatorio costruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno sul clan Fezza-De Vivo approda in tribunale con un giudizio immediato che mette alla sbarra 60 imputati. È il passaggio che certifica, sul piano processuale, il salto di qualità dell’inchiesta: superata la fase cautelare, il GIP - su richiesta del pubblico ministero Guarino - ha disposto l’accesso diretto al dibattimento per un blocco di posizioni imponente, destinato a reggere l’urto di un processo che promette di ricostruire anni di potere criminale nell’Agro Nocerino Sarnese. I numeri, da soli, disegnano la portata dell’operazione giudiziaria: 60 persone chiamate a rispondere, complessivamente, di 90 capi d’accusa. Il cuore delle contestazioni ruota attorno a un presunto sodalizio di stampo mafioso, indicato come autonomo e stabilmente radicato a Pagani, con accuse che spaziano dall’associazione mafiosa al tentato omicidio, fino al narcotraffico internazionale.
Secondo la ricostruzione investigativa - maturata tra Squadra Mobile e Carabinieri - l’organizzazione avrebbe operato con una catena di comando definita e collaudata. In cima emergono figure considerate storiche: De Vivo e Fezza, affiancati dai fratelli Confessore, indicati come snodo apicale di una gerarchia rigida. Ma un elemento che le indagini mettono in primo piano è la capacità del gruppo di rinnovarsi e di redistribuire funzioni e responsabilità, assegnando ruoli operativi anche a donne e giovanissimi. Sul versante femminile, Mannoni e Fezza vengono descritte come figure di regia: non presenze marginali, ma "organizzatrici" in grado - secondo l’accusa - di presidiare la gestione logistica e finanziaria. Sul fronte del ricambio generazionale, i nomi di Petrosino D’Auria tornano come simbolo della "nuova leva", con un controllo operativo che, nell’impostazione investigativa, si innesterebbe sulla guida del padre Antonio.
L’inchiesta, però, non si ferma al perimetro cittadino e alla rete delle piazze di spaccio. Un capitolo chiave riguarda l’analisi di telefoni criptati: un lavoro tecnico condotto anche con il supporto dell’autorità giudiziaria francese, da cui sarebbero emersi canali di approvvigionamento della droga capaci di spingersi oltre l’Europa, fino a contatti e rotte che gli inquirenti collocano in collegamento con il Sud America. È qui che l’indagine assume, nel racconto dell’accusa, la dimensione di un traffico strutturato, non episodico, in grado di alimentare un mercato stabile sul territorio. Accanto al narcotraffico, gli investigatori attribuiscono al sodalizio un sistema di controllo fatto di intimidazione e disciplina interna. Estorsioni, pestaggi e recupero crediti violento avrebbero rappresentato strumenti ordinari di dominio; a ciò si aggiunge un "welfare" criminale, con elargizioni e stipendi alle famiglie degli affiliati detenuti, meccanismo utile - nella logica mafiosa - a tenere saldi i vincoli di appartenenza e ad arginare defezioni.
Non solo: l’impianto ricostruisce anche un livello parallelo dedicato a furti e riciclaggio di veicoli, con la pratica del "cavallo di ritorno" come leva di estorsione mascherata, e con una gestione delle auto rubate che, nelle contestazioni, si intreccerebbe con le esigenze di liquidità e di pressione sul territorio. Il dibattimento è previsto davanti al Tribunale di Nocera Inferiore, salvo che una parte degli imputati scelga riti alternativi - come l’abbreviato - che potrebbero alleggerire la platea processuale e ridisegnare la geografia dell’aula. Restano, intanto, stralciate 18 posizioni collegate ai precedenti passaggi di riesame: un segmento ancora aperto che segnala quanto l’inchiesta sia stata, e continui a essere, un cantiere giudiziario complesso. Alle spalle del giudizio immediato c’è un lavoro investigativo di lunga durata, fatto di pedinamenti, riscontri, analisi telematiche e ricostruzioni finanziarie, che negli ultimi anni ha portato anche alla cattura di figure apicali rimaste in fuga: tra queste, gli atti ufficiali richiamano l’arresto di Confessore nell’agosto 2023, snodo che per gli investigatori avrebbe contribuito a completare la mappa dei fiancheggiatori e delle catene operative.
Ora la parola passa al processo. E sarà in aula, atto dopo atto, che l’accusa proverà a dimostrare l’esistenza di un’organizzazione con identità mafiosa autonoma e capacità di governo criminale su Pagani e sull’Agro, mentre le difese tenteranno di smontare ruoli, responsabilità e tenuta complessiva del quadro. In gioco non c’è soltanto la sorte giudiziaria dei singoli imputati: c’è la lettura di un territorio e delle sue fratture, lì dove la cronaca nera incrocia economia illegale, controllo sociale e un’idea di potere che - secondo l’Antimafia - avrebbe preteso di farsi sistema.
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