

di Massimiliano Catapano
A Gaiano, frazione di Fisciano, qualcuno ha scelto di scendere sotto il livello della vergogna. Non per necessità, non per fame, non per disperazione. Per cattiveria. Per quel piacere marcio di lasciare una cicatrice dove non c’è nulla da rubare e molto da distruggere. I fatti sono chiari e, proprio per questo, intollerabili: una banda ha tentato un raid ai danni della casa alloggio "La Collina", struttura che ospita ragazzi con disabilità. L’ingresso non è riuscito, il colpo è sostanzialmente fallito, non sarebbe stato portato via alcun bene materiale. Ma i malviventi hanno comunque deciso di "firmare" la loro presenza nel modo più vile: avvelenando e uccidendo il cane della struttura. È un gesto che non ha attenuanti. Chi entra - o prova a entrare - in un luogo del genere non sta scegliendo una vittima casuale: sta mirando a una realtà sociale. Sta attaccando un presidio di umanità. E quando, non trovando soldi, si accanisce su un animale, dimostra una cosa sola: non è un ladro, è un codardo. Non è criminalità, è disumanità.
Il cane non era un dettaglio. Non era "solo" un guardiano. Era parte della quotidianità, un punto fermo per chi vive nella casa e per chi ci lavora ogni giorno. Un compagno silenzioso, una presenza che dà sicurezza e normalità, soprattutto in contesti dove la normalità è una conquista quotidiana. Ucciderlo con il veleno significa colpire la serenità degli ospiti, ferire il lavoro degli operatori, tentare di imporre paura in un posto che dovrebbe essere protetto da tutto, a partire dalla barbarie. Sull’episodio è stata presentata denuncia alle forze dell’ordine. E ora spetta agli investigatori ricostruire tempi, modalità, eventuali movimenti sospetti, per risalire ai responsabili. Ma non basta la cronaca. Qui serve una presa di posizione netta: perché il rischio, quando accadono cose simili, è che l’indignazione duri quanto un titolo e poi si spenga. È esattamente ciò che non deve accadere. Gli operatori della struttura parlano di un gesto "disumano", compiuto "per il nulla assoluto". E hanno ragione.
In una casa alloggio non ci sono tesori da saccheggiare: ci sono relazioni, dedizione, fatica, pazienza. Non si ruba l’oro perché non c’è, allora si prova a rubare la pace. Non si arraffano oggetti, allora si colpisce un essere vivente. È questo lo scarto morale che fa paura: non la "banda" in sè, ma l’idea che qualcuno trovi normale prendere di mira chi è più fragile. Eppure, da "La Collina" arriva una risposta che merita rispetto: nessuna resa. La linea è chiara: andare avanti con ancora più determinazione, proteggere gli ospiti e difendere la bellezza di ciò che viene costruito ogni giorno, spesso nel silenzio e lontano dai riflettori. Non c’è retorica, c’è resistenza civile. Per questo è stato lanciato un appello alla comunità di Gaiano, a Fisciano e a tutta la rete solidale che sostiene la struttura: farsi sentire, non lasciare soli operatori e ospiti, non permettere che la vigliaccheria di pochi venga archiviata come "una brutta storia" e basta. Perché la violenza prospera dove trova indifferenza. E il silenzio, in questi casi, è complicità involontaria.
Questa vicenda non parla soltanto di un tentativo di furto andato male. Parla di una frattura più profonda: l’idea che esista chi è disposto a colpire il bene puro, senza alcun vantaggio, solo per sporcare. E allora sì, bisogna essere duri: chi avvelena un cane in una casa che accoglie ragazzi con disabilità non merita comprensione, merita isolamento sociale e una risposta ferma dello Stato. Perchè a Gaiano non hanno provato a rubare qualcosa. Hanno provato a spegnere un luogo. E se una comunità si riconosce davvero come tale, deve fare l’opposto: accendere luce, presenza, protezione. E far capire, una volta per tutte, che certi gesti non passano. Non qui. Non con questa gente. Non nel silenzio.
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