

di Massimiliano Catapano
È un colpo di quelli che lasciano il segno, perchè non si limita a sottrarre ricchezza: ne ricostruisce l’origine, ne segue le ramificazioni, ne spezza i meccanismi. Il Tribunale - Sezione Misure di Prevenzione, su proposta della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno (pm Rocco Alfano), ha disposto la confisca di beni per circa 13 milioni di euro riconducibili a Giovanni Citarella, 59 anni, imprenditore ed ex presidente della Nocerina Calcio. A eseguire il provvedimento sono stati i militari della Guardia di Finanza del Comando provinciale di Salerno, che hanno apposto i sigilli anche a due società edili operanti nel settore delle infrastrutture stradali. È una storia che affonda le radici negli anni Novanta. Giovanni è figlio di Gennaro "Gino" Citarella, imprenditore locale ucciso in un agguato di camorra. Un’eredità familiare segnata dal sangue che, secondo gli inquirenti, non ha impedito al figlio di muoversi per anni in un perimetro di affari ritenuto illegale, fino a essere qualificato come "soggetto socialmente pericoloso". A suo carico vengono richiamate condotte gravi: intestazione fittizia di beni, turbativa d’asta, corruzione, illeciti fiscali e persino concorso in un tentato omicidio di stampo camorristico. Il provvedimento odierno non nasce dal nulla. È la prosecuzione di un percorso avviato nell’ottobre 2021, quando un primo pacchetto di beni e aziende - tra cui Infrastrutture Stradali Scpa - era stato sottoposto a misura di prevenzione per un valore stimato di 7 milioni di euro. Quella misura è diventata confisca definitiva dopo la pronuncia della Corte di Cassazione del 3 ottobre 2024. Oggi, con il nuovo decreto, l’Antimafia compone un mosaico più ampio, individuando ulteriori asset e società che, secondo le indagini, sarebbero parte dello stesso sistema.
Le imprese e il "dominus" invisibile
Al centro del sequestro figurano Cieffe Lavori Srl e Cieffe Costruzioni Srl, aziende formalmente intestate a Francesco Caccavale, 57 anni, di Napoli, oggi indagato per intestazione fittizia. Per gli investigatori del Gico delle Fiamme Gialle di Salerno, tuttavia, dietro la facciata formale si muoveva un unico regista: Giovanni Citarella, ritenuto l’"effettivo dominus" delle due società. Un ruolo emerso - spiegano gli atti - anche attraverso intercettazioni telefoniche e telematiche, nonostante l’assenza di incarichi ufficiali o quote societarie a suo nome. La ricostruzione della Procura Antimafia è netta: la ricchezza accumulata dalle due imprese sarebbe il risultato di una "gemmazione" di capitali illeciti, vale a dire la creazione di nuove società finanziate "a monte" da risorse provenienti da reati. In particolare, gli accertamenti contabili hanno evidenziato che Cieffe Lavori e Cieffe Costruzioni avrebbero ottenuto le prime dotazioni economiche attraverso operazioni straordinarie - scissioni e trasferimenti d’azienda - realizzate da altre compagini societarie, a loro volta riconducibili a Citarella, nel periodo in cui si sarebbe manifestata la sua pericolosità sociale, tra il 1997 e il 2012. Non solo. Il Tribunale ha ritenuto sproporzionato il valore dei beni direttamente o indirettamente riconducibili a Citarella rispetto ai redditi dichiarati nello stesso arco temporale. Un indice, secondo la normativa antimafia, sufficiente a giustificare la confisca patrimoniale quando si dimostri la derivazione illecita dell’accumulo.
Appalti per 450 milioni: la dimensione nazionale del sistema
La portata dell’operazione emerge con chiarezza dai numeri. Nel quadriennio 2021–2024, le due società confiscate - attive nella costruzione di infrastrutture stradali - risultano aggiudicatarie di appalti pubblici per oltre 450 milioni di euro, con cantieri in Sardegna, Toscana, Lazio e Campania. Opere già eseguite o in corso di esecuzione che, secondo l’accusa, avrebbero alimentato un circuito di ricchezza riconducibile allo stesso centro di comando. Oggi, dopo il provvedimento, le aziende sono affidate ad amministratori giudiziari. La gestione commissariale ha un obiettivo preciso: garantire continuità operativa, rispetto dei contratti e salvaguardia dei posti di lavoro. È una linea di equilibrio che consente allo Stato di non interrompere i cantieri e, al tempo stesso, di recuperare le risorse: a completamento delle opere, le società potranno incassare oltre 73 milioni di euro, somme che rientreranno nella sfera pubblica.
La strategia antimafia: colpire la ricchezza, smontare i meccanismi
Nella motivazione del provvedimento, la Dda di Salerno sottolinea come la "dotazione patrimoniale" delle imprese, costituite in epoca successiva ai fatti che delineano la pericolosità sociale dell’imprenditore, sia oggettivamente derivata da un precedente accumulo illecito. Non un episodio isolato, ma un sistema: aziende che si generano da altre aziende, capitali che passano di mano in mano attraverso operazioni formalmente legittime, prestanomi chiamati a schermare la regia effettiva. Un modello tipico dell’economia criminale contemporanea, capace di infiltrarsi nel mercato degli appalti e di mimetizzarsi dietro strutture societarie complesse. Per questo, l’azione dello Stato non si ferma alle responsabilità penali: mira al cuore economico dei sodalizi, perché è lì che si produce potere. La confisca di oggi non è soltanto una sottrazione patrimoniale, ma un atto di bonifica del mercato e un messaggio agli operatori: gli appalti pubblici non possono essere terreno di conquista per chi, secondo gli inquirenti, ha costruito ricchezza violando le regole.
Una città, una ferita, una risposta
Nocera Inferiore, crocevia di storie industriali e ombre criminali, torna così al centro di una vicenda che intreccia memoria e attualità: dal delitto di Gennaro "Gino" Citarella negli anni Novanta alla confisca odierna, passando per un lungo elenco di procedimenti e misure di prevenzione. È il racconto di come l’Antimafia cerchi di spezzare la continuità dei patrimoni illeciti, impedendo che si rigenerino sotto nuove insegne. Il provvedimento del Tribunale e l’operazione della Guardia di Finanza segnano un passaggio cruciale: non basta individuare i reati, occorre disarticolare le architetture economiche che li sostengono. È una battaglia silenziosa, fatta di bilanci, intercettazioni, incroci societari, ma decisiva quanto le indagini sul campo. Perché restituire legalità ai cantieri, trasparenza agli appalti e futuro ai lavoratori significa, in ultima analisi, restituire fiducia alle comunità. E dimostrare che, anche quando l’illegalità si veste di impresa, lo Stato sa arrivare fino in fondo.
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