

di Massimiliano Catapano
Cala definitivamente il sipario sull’inchiesta denominata Un’altra storia, nata da un’indagine della Dda di Salerno e approdata fino ai palazzi della Suprema Corte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla Procura generale di Napoli, confermando in via definitiva le assoluzioni dei quattro imputati coinvolti nel procedimento. Una decisione che mette fine a un lungo e complesso iter giudiziario, durato anni e scandito da ribaltamenti di scenario. Al centro dell’indagine vi era la presunta compravendita di voti in occasione delle elezioni amministrative dell’11 giugno 2017 a Nocera Inferiore. Secondo l’impostazione accusatoria, Carlo Bianco - candidato al consiglio comunale - avrebbe accettato la promessa di un pacchetto di consensi elettorali da Antonio Pignataro, storico esponente della Nuova Camorra Organizzata legata a Raffaele Cutolo, scomparso alcuni mesi fa. In cambio, l’accordo avrebbe previsto un’utilità individuata nel cambio di destinazione urbanistica di un fondo situato nelle vicinanze delle proprietà della Diocesi di Nocera Inferiore, area sulla quale si sarebbe dovuto realizzare un edificio da destinare a mensa della Caritas.
Un progetto sul quale, secondo l’accusa, si sarebbero spesi direttamente lo stesso Pignataro, Ciro Eboli e Antonio Cesarano. A questi ultimi veniva attribuito il ruolo di intermediari tra il candidato e il presunto capo del sodalizio criminale, che all’epoca dei fatti si trovava agli arresti domiciliari. In primo grado e successivamente davanti alla Corte di appello di Salerno, gli imputati erano stati condannati. Ma la vicenda ha preso una direzione diversa quando la Cassazione, accogliendo i ricorsi delle difese, ha disposto l’annullamento con rinvio, rimettendo gli atti alla Corte di appello di Napoli per un nuovo giudizio. I giudici partenopei, riesaminato il fascicolo, avevano pronunciato l’assoluzione. Da qui il nuovo ricorso della Procura generale, che contestava una motivazione ritenuta “manifestamente illogica”, sostenendo che l’interesse alla realizzazione della struttura non fosse meramente caritatevole ma anche economico. Secondo l’accusa, infatti, dalle intercettazioni sarebbe emersa l’esistenza di un’utilità concreta, legata sia alla possibilità di portare avanti un progetto già depositato sia all’ottenimento di finanziamenti destinati alla costruzione dell’opera. Inoltre, la stessa Corte di appello aveva riconosciuto che, tra le utilità ipotizzate, vi fossero anche compensi futuri connessi a incarichi professionali.
Una ricostruzione che però non ha convinto la Cassazione. Nelle motivazioni, gli ermellini chiariscono che si trattava, al più, di una semplice aspettativa di profitto futuro, priva di quella concretezza economica necessaria per integrare il reato contestato. Quanto ai finanziamenti agevolati e di scopo, questi - secondo la Suprema Corte - avrebbero eventualmente avvantaggiato esclusivamente il parroco coinvolto nel progetto della mensa Caritas, figura ritenuta del tutto estranea al presunto patto illecito. In altre parole, nessuna delle utilità prospettate dall’accusa ha assunto quei requisiti stringenti richiesti dalla precedente sentenza di annullamento. Un passaggio chiave che ha portato al rigetto definitivo del ricorso e alla conferma delle assoluzioni. Con questa decisione, la Corte di Cassazione chiude una vicenda giudiziaria complessa, riaffermando un principio netto: senza la prova di un vantaggio economico concreto e direttamente riconducibile all’accordo, il reato non può dirsi integrato. Per gli imputati, dopo anni di processi e ribaltamenti, arriva così la parola fine.
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