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Salernitana, il primo tempo da grande e la ripresa col freno a mano: il 2-1 al Foggia vale tre punti, ma non cancella alcuni limiti

24/12/2025

di Massimiliano Catapano

C’è una Salernitana che sa vestirsi da squadra "cattiva", e ce n’è un’altra che, appena intravede il traguardo, si scopre con il braccino corto. È il riassunto più fedele del 2-1 al Foggia: successo meritato, sofferto oltre il necessario, utile a rimettere in moto l’"Arechi" dopo quasi due mesi di pareggi casalinghi, ma anche spia luminosa di un rendimento troppo altalenante e di un istinto da killer che continua a non essere stabile come dovrebbe. In prossimità del giro di boa, almeno una risposta arriva: niente approccio molle, niente primo tempo "regalato" agli avversari. Giuseppe Raffaele sceglie di non irrigidirsi su modulo e interpreti e propone una versione inedita di 4-2-3-1 a trazione anteriore, con una Salernitana aggressiva, propositiva, emotivamente dentro la partita. La squadra di casa lavora con continuità e qualità sugli esterni, trovando ritmo e presenza in zona goal: l’azione si sviluppa con efficacia e, nel momento migliore, arriva il doppio graffio dell’improvvisato goleador Capomaggio, capace di trasformare la spinta granata in due colpi pesanti.

Eppure, come spesso accade, la Salernitana paga dazio alla solita leggerezza difensiva: basta una disattenzione per rimettere il Foggia in partita e Castorri firma il momentaneo pareggio. Il primo tempo, però, non finisce lì: i dauni si complicano da soli la vita quando Olivieri, a metà campo, entra in modo scomposto su Knezovic. L’arbitro rivede l’episodio al VAR e tira fuori il rosso: superiorità numerica granata e, sulla carta, strada in discesa. Alla ripresa il copione sembra scritto, ma Raffaele legge il rischio di una gestione troppo "sporca" e decide di mettere ordine: dal 4-2-3-1 passa a un più prudente 4-3-3, infoltendo il centrocampo con l’ingresso di De Boer al posto di Knezovic per controllare meglio il possesso e provare a mettere il risultato in cassaforte. È una scelta razionale. Il problema è che, paradossalmente, proprio nel momento in cui dovrebbe fiutare il sangue e chiudere i conti, questa Salernitana diventa titubante, fragile, quasi inconsistente. E così, nonostante l’uomo in più, il finale resta appeso: si arriva al triplice fischio "col fiatone", evitando la beffa del 2-2 per il rotto della cuffia.

Alla fine, però, contano i fatti: ritorno al successo all’"Arechi" e tre punti che tengono intatto il distacco dalla vetta. La Salernitana resta lì, a -3 dal primo posto, attualmente terza. Un dato che va rispettato, soprattutto se si pensa da dove arriva questa squadra e da quale contesto societario è stata costruita. Ed è qui che si apre il secondo tempo, quello fuori dal campo. Un applauso, sincero, ci sentiamo di farlo al direttore sportivo Daniele Faggiano: con un budget risicato, imposto dalla società del patron Danilo Iervolino, con il presidente Maurizio Milan e l’amministratore delegato Umberto Pagano a definire i paletti economici dell’estate, il ds ha comunque messo insieme un gruppo che sta andando oltre il proprio valore nominale. E un applauso va anche all’allenatore Giuseppe Raffaele, finito giustamente sotto l’occhio del ciclone dopo qualche risultato poco incoraggiante: ma qui la domanda è semplice e tagliente, quella che Salerno si fa senza girarci intorno.

La società cosa pretende davvero, da un tecnico e da una rosa con limiti tecnici evidenti, che però ha fatto l’impossibile arrivando a -3 dalla vetta? Se qualcuno pensa che questa squadra, così com’è, possa vincere il campionato, rischia di illudere una piazza calda e competente, una città che non ha l’anello al naso. Questa Salernitana sta rendendo più di quanto dicano le sue caratteristiche perchè è un gruppo unito, che segue l’allenatore, ma per struttura e qualità oggi resta una squadra da play-off, non una macchina da promozione diretta. E dopo lo scempio dell’ultimo biennio, prima di chiedere "fede" ai tifosi bisognerebbe fermarsi un attimo, farsi un bagno di umiltà e capire che la presunzione, nel calcio, non porta nulla di buono. Adesso, con l’apertura del mercato invernale, la palla passa nelle mani e nelle scelte del patron Iervolino. Sei a -3 dal primo posto: se vuoi davvero salire in Serie B, servono fatti, non parole. Servono investimenti importanti per rompere gli equilibri del girone, almeno cinque calciatori di categoria, pronti e di livello tecnico elevato.

Il reparto che va rifondato è la difesa: per una squadra che sogna il grande traguardo, i goal presi sono troppi e pesano come macigni. In porta, nelle ultime circostanze, Donnarumma ha sbagliato letture decisive: valutare un portiere diventa un’esigenza, non un capriccio. E poi ci sono i nomi che oggi sembrano non reggere l’asticella: Coppolaro, Frascatore e Matino appaiono inadeguati per un progetto da vertice; vanno ceduti o, nella migliore delle ipotesi, ridimensionati a alternative, se arrivano titolari veri. Anche il centrocampo va irrobustito: Varone è lento, macchinoso, e alcuni componenti meritano una valutazione senza sconti. Perchè la fotografia della gara col Foggia dice tutto: in superiorità numerica, avanti 2-1, la Salernitana non ha chiuso la partita e ha rischiato la beffa. E allora sì, diventa quasi un obbligo inseguire un attaccante che porti goal e cattiveria: Bruzzaniti del Pineto, che a suon di reti sta trascinando i suoi ed è seguito anche dal Catania, è un profilo da prendere con rapidità e decisione, non da lasciare agli altri per esitazione. E la "ciliegina", il colpo che cambierebbe davvero status e percezione, resta il pupillo di Faggiano: Lescano dell’Avellino. Operazione onerosa, certo. Ma se vuoi ambire a vincere il campionato, devi anche accettare il peso delle scelte pesanti. Ora la domanda finale è una sola, e pretende una risposta netta: questa società ha capito che nel calcio non si vendono sogni, ma solide realtà? Perchè le chiacchiere le porta via il vento. I fatti, invece, fanno classifica.

Redazione Sport - Salernitana -

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