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Cartella esattoriale a un bambino di sette anni: a Salerno il Fisco chiede l'Irpef per un anno in cui non era ancora nato

17/12/2025

di Massimiliano Catapano

C’è una linea sottile che separa l’errore amministrativo dall’assurdo burocratico. A Salerno, quella linea sembra essere stata superata. Un bambino di sette anni si è visto recapitare una cartella esattoriale da 449,81 euro per presunto mancato pagamento dell’Irpef relativa all’anno 2017. Peccato che, in quell’anno, il destinatario della richiesta non fosse ancora venuto al mondo: la sua nascita risale infatti al 2018. Secondo quanto riportato dal quotidiano "La Città", che apre su questa vicenda l’edizione odierna, per l’Agenzia delle Entrate il minore risulterebbe debitore di imposte, sanzioni comprese, come se avesse percepito un reddito quando ancora non aveva emesso il primo vagito. Un paradosso che, letto nero su bianco, lascia sgomenti.

L’anomalia è evidente: il Fisco contesta un’inadempienza fiscale riferita a un periodo in cui il presunto contribuente non solo non lavorava - circostanza ovvia - ma non esisteva giuridicamente, né anagraficamente. Eppure la macchina amministrativa ha prodotto un atto formale, completo di cifre, riferimenti normativi e richiesta di pagamento. Il genitore del bambino, salernitano, dopo lo stupore iniziale e un comprensibile imbarazzo, si è rivolto all’Associazione Italia di Roma, che già lo assiste per un’altra vicenda. Ora toccherà ai consulenti districare una situazione che, al di là dell’esito, appare come l’ennesimo corto circuito del sistema. Questo episodio non può essere liquidato come una semplice svista. È il sintomo di un meccanismo che procede spesso in automatico, senza filtri adeguati, senza verifiche minime, demandando al cittadino - anche quando è un minore - l’onere di dimostrare l’evidenza: che nel 2017 non era nato.

Dal punto di vista giornalistico, il caso apre una riflessione più ampia e inevitabile. L’Agenzia delle Entrate sembra talvolta spingersi oltre ogni logica pur di recuperare risorse, generando atti che rasentano l’inverosimile. Quando si arriva a chiedere conto a un bambino per un reddito “prenatale”, qualcosa nel sistema si è inceppato seriamente. Non è solo una questione di errore, ma di credibilità delle istituzioni e di rispetto verso i cittadini. Episodi come questo alimentano un senso diffuso di sfiducia e danno l’impressione di uno Stato che, nella corsa a fare cassa, perde il contatto con la realtà e con il buon senso. Povera Italia, verrebbe da dire, se il livello di attenzione e controllo si è abbassato fino a questo punto. La fiscalità è una cosa seria, così come seri dovrebbero essere gli strumenti e le verifiche che la accompagnano. Perchè quando il Fisco sbaglia in modo così clamoroso, non è solo una cartella a finire fuori posto: è l’autorevolezza dell’intero sistema a pagare il conto.

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