

di Massimiliano Catapano
La magistratura, davanti a storie come quella del gatto Leone, dovrebbe solo vergognarsi: a distanza di due anni, infatti, non è ancora stato individuato un colpevole per una delle vicende più crudeli che abbiano scosso l’opinione pubblica. Un gattino torturato, scuoiato vivo, lasciato agonizzare. Una comunità sconvolta. Un Paese intero che si è stretto attorno a quell’immagine di fragilità e dolore. Eppure, di giustizia, ancora nessuna traccia. La domanda che molti si pongono è semplice e brutale: ma di cosa ci stupiamo? In un sistema giudiziario che spesso non riesce neanche a dare un volto certo a chi ha ucciso, come si può sperare che un animale, privo perfino di voce, trovi davvero tutela? I richiami a casi simbolo come Garlasco non sono casuali: là dove restano dubbi, ombre, verità parziali, cresce inevitabilmente la sensazione che la verità piena non sia mai stata raggiunta. E con essa, l’idea che il nostro non sia un Paese capace di garantire giustizia fino in fondo.
Il parallelismo è duro, ma è esattamente quello che tanti cittadini percepiscono: da una parte persone innocenti che rischiano di finire in carcere ingiustamente, dall’altra delitti efferati che restano senza un vero responsabile. In mezzo, un sentimento amaro: quello di vivere in Italia, definita da qualcuno "il Paese dei balocchi", dove sembra che tutto possa scivolare via, anche di fronte alle tragedie più sconvolgenti. Il caso Leone non è solo una storia di crudeltà sugli animali: è diventato il simbolo di una giustizia che arriva tardi, male o non arriva affatto. Ogni giorno che passa senza un nome, senza un volto, senza una responsabilità accertata, è un messaggio devastante: chi compie certe atrocità può sperare di restare nell’ombra. Dietro l’indignazione, però, c’è anche altro: c’è la sfiducia profonda verso le istituzioni. Quando si percepisce che la magistratura non riesce a dare risposte, che le indagini si arenano o si perdono nei meandri della burocrazia, nasce una rabbia che non è solo emotiva, ma profondamente civile.
È la rabbia di chi, guardando la foto di quel gattino indifeso, pensa: Leone meritava giustizia, non silenzi. Per questo, di fronte alle dichiarazioni di circostanza, alle frasi fatte, ai comunicati prudenti e spesso vuoti, il sentimento di molti è netto: fareste meglio a stare zitti, perché così almeno fareste una figura migliore. Finché il caso Leone resterà senza un colpevole, ogni parola di rito su "impegno", "attenzione", "sensibilità" e "legalità" suonerà inevitabilmente come l’ennesima promessa mancata di un sistema che, ancora una volta, non è riuscito a proteggere nemmeno il più fragile.
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