

di Massimiliano Catapano
Gianluca Petrachi, oggi pronto a una nuova fase della sua carriera a Torino, torna a parlare della sua breve ma intensa esperienza alla Salernitana. Lo fa ai microfoni del podcast "Doppio Passo", dove ricostruisce i sei mesi trascorsi in Serie B dopo la retrocessione dalla massima serie, un periodo che lui stesso definisce come uno dei più difficili della sua carriera. L’ex direttore sportivo parte dall’origine della trattativa che lo portò a Salerno: "Il mio arrivo era stato concordato con la Brera Holdings, non con la proprietà che poi ho trovato al mio insediamento", racconta. "Quando l’operazione con Brera è sfumata, mi sono ritrovato in un assetto completamente diverso da quello prospettato. In quel momento ho percepito di essere dentro qualcosa che non avevo scelto fino in fondo". Petrachi spiega anche perchè aveva deciso comunque di accettare l’incarico: "Venivo da tre anni di inattività e avevo bisogno di rientrare in pista. Salerno, con la sua passione e il suo calore, mi sembrava il posto perfetto per ripartire. Pensavo di poter incidere, di portare un cambio di passo. Ma presto mi sono accorto che la mentalità interna non era quella di una società votata a vincere". Col tempo, la frattura con l’ambiente dirigenziale è diventata evidente: "Probabilmente avrei dovuto fermarmi prima", ammette. "Dopo l’esperienza alla Roma, entrare nuovamente in conflitto con un presidente avrebbe alimentato un’immagine sbagliata di me. Ho cercato di evitare quel tipo di scontro".
L’ex ds poi entra nel merito del lavoro svolto, con numeri che rivendica come prova della sua gestione: "In pochi mesi abbiamo generato 32 milioni dalle cessioni e ridotto il monte ingaggi di altri 18 milioni. Un risultato complessivo da 50 milioni", sottolinea. "Nonostante ciò, il budget che avevo per costruire la squadra era di 1 milione e 200mila euro. Una cifra che non permette di incidere realmente sull’organico". La situazione, già complessa, è progressivamente peggiorata: "A gennaio mi è stato chiaro che non c’erano margini per migliorare la squadra nè per incidere sul modo di pensare interno al club. A quel punto la separazione era inevitabile". Sul piano personale, Petrachi non nasconde l’amarezza: "Prima di Salerno avevo mantenuto un rendimento alto in tutte le piazze dove avevo lavorato. Quei sei mesi hanno lasciato un segno, perché non sono riuscito a dare la svolta che speravo". Unico raggio di luce nei suoi ricordi resta la tifoseria granata: "La maturità dei tifosi della Salernitana mi ha colpito profondamente", sottolinea. "Anche nei momenti più difficili, la gente ha continuato a sostenere la squadra. Ho visto intere famiglie allo stadio: nonni, figli, nipoti. Un legame così forte con la squadra è qualcosa di raro e prezioso".
La testimonianza di Petrachi tratteggia una storia che avrebbe dovuto rappresentare la sua occasione per tornare al centro del calcio italiano, ma che si è trasformata in una parentesi segnata da limiti strutturali e una cultura interna non all’altezza. La mancata operazione con Brera, il budget ridottissimo e un ambiente difficile da modellare hanno spento sul nascere un progetto che lui immaginava diverso. Resta, però, l’immagine di una tifoseria straordinaria, che meriterebbe una programmazione coerente con la sua passione e la sua dignità sportiva.
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