

di Massimiliano Catapano
Allo stadio "Arechi" il risultato dice 1-1 tra Salernitana e Trapani, ma quello che resta non è un semplice pareggio casalingo. È la fotografia nitida di una crisi che non è più solo una questione di punti persi, bensì di identità tecnica, di scelte societarie e di un progetto sportivo che continua a smentire le ambizioni dichiarate. I fischi sonori provenienti dagli spalti non sono stati l’umore del momento: sono il verdetto di una piazza che da tre anni vede ripetersi lo stesso film. Dopo il pesante KO di Benevento ci si aspettava una reazione feroce: rabbia, agonismo, una partita affrontata con i nervi a fior di pelle. Invece la Salernitana ha approcciato la sfida con il Trapani con una pericolosa leggerezza, quasi senza tensione competitiva. E la punizione è arrivata subito: su un tiro sporco di Ciotti, Grandolfo ha trovato il tempo giusto di testa e infilato l’unica conclusione nello specchio dei siciliani prima del decimo minuto. Ancora una volta sotto, ancora una volta costretti a rincorrere, ancora una volta a spiegare una partenza ad handicap che è diventata un marchio di fabbrica.
Per provare a cambiare marcia, Raffaele è tornato al 3-5-2. Sulla destra della linea di centrocampo ha lanciato Longobardi, all’esordio, mentre al centro dell’attacco ha confermato Inglese, relegando inizialmente Ferrari in panchina. Il campo, però, ha restituito una sentenza diversa da quella auspicata: il nuovo esterno ha inciso poco, l’attaccante è rimasto ai margini del gioco e la squadra, nel suo complesso, ha faticato enormemente a costruire azioni pulite. Il pareggio è arrivato più per la qualità del singolo che per una trama offensiva studiata: un calcio di punizione perfetto di Anastasio, una traiettoria imprendibile che ha evitato il peggio e rimesso in equilibrio il risultato. Nella ripresa, il copione non è cambiato granchè. Anche alzando il baricentro e aggiungendo peso offensivo, la Salernitana non è riuscita a trasformare il possesso in occasioni nitide. L’unico, vero sussulto l’ha creato Ferrari - subentrato al quasi omonimo Ferraris - con un diagonale che ha costretto Galeoti a un intervento risolutivo. Troppo poco per una formazione che era stata presentata come candidata a dominare il torneo, troppo poco per spezzare una tendenza negativa che i numeri riassumono in maniera brutale: sei punti nelle ultime cinque partite, distacco dalla capolista Catania salito a cinque lunghezze, sensazione di frenata evidente proprio nel momento in cui bisognerebbe accelerare.
Questa crisi, però, non nasce con il Trapani. Affonda le radici nelle scelte estive. In ritiro, il ds Daniele Faggiano parlava di rosa "completa all’80%", di squadra da abituare a gestire le vittorie e a considerare quasi un incidente anche solo perdere un’amichevole. A mesi di distanza, quel racconto stride con la realtà: la Salernitana del 7 dicembre è lontana dall’idea di corazzata, mostra confusione tattica e schiera con continuità giocatori che, per caratteristiche e rendimento, sembrano più adatti al ruolo di alternative che a quello di titolari inamovibili. E qui il discorso non può fermarsi al solo direttore sportivo o all’allenatore. Il quadro complessivo chiama in causa in maniera diretta il patron Danilo Iervolino e il presidente Maurizio Milan. Sono loro ad aver impostato e autorizzato questo percorso, loro ad aver scelto di non affondare il colpo su calciatori di categoria superiore in grado di spostare davvero l’asticella. Se la linea societaria resta quella di contenere gli investimenti e puntare su una rosa che si limita alla sufficienza, allora lo spettacolo al quale stanno assistendo i tifosi è la naturale conseguenza di quelle decisioni, non una fatalità. E a Salerno, ormai, nessuno crede più alle favole: la piazza non ha l’anello al naso.
La verità, sotto gli occhi di chiunque osservi senza filtri, è che questa squadra non è stata costruita per "ammazzare" il campionato. È un organico incompleto, con ruoli scoperti e altri sovraffollati, più adatto a galleggiare nella zona play-off che a imporre il proprio gioco settimana dopo settimana. Dopo due retrocessioni consecutive dalla Serie A alla Serie C, il popolo granata si aspettava una risposta strutturale, una squadra pensata per comandare il torneo, non per restare aggrappata al treno di testa sperando nella giornata storta degli altri. Le prime vittorie hanno probabilmente illuso l’ambiente, alimentando la sensazione che la Salernitana potesse giocarsela alla pari con Catania e Benevento. Ora, invece, stanno emergendo in modo netto i limiti tecnici: difficoltà nel produrre gioco continuo, scarsa capacità di leggere i momenti della partita, poca lucidità sotto porta, tanti interpreti onesti ma pochi veri trascinatori. In questo contesto, insistere solo sull’obiettivo della promozione diretta non è più credibile: significa forzare una narrazione che il campo smentisce domenica dopo domenica.
Ad oggi, il traguardo realistico è diventato consolidare una posizione il più possibile alta nella griglia play-off, cercando al contempo di non perdere contatto con le prime. Ma per evitare l’ennesima cocente delusione negli spareggi non basterà qualche innesto cosmetico nel mercato di gennaio: serviranno interventi profondi, mirati, con giocatori pronti, abituati a lottare per salire di categoria. Continuare a immaginare che uno o due ritocchi possano colmare il divario con le prime sarebbe l’ennesimo errore di valutazione. Da tre stagioni, a Salerno, si ripete lo stesso schema: la società ha avuto più volte l’occasione di correggere la rotta, ma le stesse lacune riemergono puntuali. Progettazione tecnica incerta, mercato a metà, assenza di una linea precisa e coerente nel medio periodo. Il pareggio con il Trapani, davanti a un "Arechi" irritato e stanco, è solo l’ultimo segnale di un malessere profondo. Il margine per raddrizzare la stagione esiste, ma si assottiglia di settimana in settimana. Servono chiarezza di idee, umiltà nel riconoscere gli errori e la volontà, concreta e non solo dichiarata, di alzare il livello della rosa. Perché continuare a ignorare la realtà significa preparare con le proprie mani l’ennesimo fallimento. E se a fine percorso il verdetto dovesse essere ancora una volta amaro, nessuno potrà dire che lo stadio "Arechi" non avesse lanciato in anticipo il suo avviso definitivo.
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