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"Sono stato salvato da morte certa". La lettera di Dario e il lavoro di squadra che, al "Ruggi" di Salerno, gli ha restituito la vita

25/11/2025

di Massimiliano Catapano

Un timbro d’orologio inciso nella memoria: le 2 di notte. È l’ora in cui Dario arriva privo di sensi al Pronto soccorso dell’Azienda Ospedaliera "Ruggi d’Aragona" di Salerno. Codice rosso. Da lì comincia una corsa che, dall’inizio di agosto alla fine di settembre, diventa un percorso di cura a tappe serrate: prima il triage e la stabilizzazione in emergenza, poi il passaggio in Medicina d’urgenza e infine il ricovero nel reparto infettivo. "Sono stato salvato da morte certa", scrive oggi in una lettera che è insieme cronaca, gratitudine e promessa di speranza. Il nome della diagnosi pesa: endocardite. Un’infezione rara e insidiosa che, nel suo caso, nasce da un fungo arrivato nel sangue, capace di colpire il cuore e provocare danni alla valvola aortica e alle coronarie. Dario racconta senza enfasi, con la concretezza di chi ha visto da vicino il baratro: il lavoro "all’unisono" delle équipe, i passaggi coordinati tra reparti, le decisioni rapide che hanno fatto la differenza quando ogni minuto contava.

Nel suo racconto non ci sono sovraccarichi retorici. Ci sono volti e corsie, un filo di voce che torna a farsi pieno. "Sono stato seguito bene", scrive. E nella semplicità di quella frase si riconosce il senso di un’intera macchina assistenziale: medici e infermieri che passano il testimone senza lasciare vuoti, protocolli seguiti con rigore, umanità al letto del paziente. È un grazie che scorre lungo i corridoi: "Voglio ringraziare tutti i medici e gli infermieri che mi hanno permesso di riabbracciare la mia famiglia". Oggi Dario vive sotto controllo clinico. Si definisce "soggetto fragile" per la presenza di altre patologie: sa che, prima o poi, lo attenderà un intervento chirurgico - spera il più tardi possibile - e intanto rispetta i monitoraggi, le terapie, i richiami in ambulatorio. È la fase della prudenza, del passo misurato, ma anche della riconoscenza: la consapevolezza che la prontezza dell’intervento in estate gli ha riaperto la strada.

La sua lettera contiene anche un saluto che esce dalla stanza di degenza e abbraccia una storia parallela, simbolo di un destino condiviso: "Grazie "Ruggi d’Aragona" e buona vita a te, Tiziana, la signora salvata alla Torre Cardiologica". È un augurio rivolto a chi, come lui, ha attraversato il pericolo e si porta addosso il segno della rinascita. Nelle sue parole c’è l’immagine di un ospedale come comunità in cui le vicende personali si sfiorano e si sostengono. "Da inizio agosto a fine settembre ho avuto una brutta esperienza", scrive Dario. La definisce così, con sobrietà. Ma dietro quella misura ci sono notti lunghe, esami, timori, attese e, soprattutto, il lavoro di squadra che trasforma un’emergenza in un esito possibile. La Medicina d’urgenza come ponte, l’Infettivologia come presidio, la Cardiologia come sentinella: tasselli che, insieme, hanno disegnato la traiettoria della sua ripresa. Questo racconto non è un’eccezione da incorniciare, ma un promemoria di ciò che una struttura sanitaria può e deve essere nelle ore più critiche: organizzazione, competenza, ascolto. Dario ci mette la firma e la voce. Il suo grazie - asciutto, netto - chiude il cerchio: "Sono stato salvato da morte certa". E in quelle sette parole c’è tutto quello che conta.

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