

di Massimiliano Catapano
Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la madre di Martina Carbonaro, 14 anni, affida ai social un racconto che tiene insieme minuti, volti, paure e una parola che torna come un dovere civile: giustizia. Nel testo compare il nome dell’ex ragazzo, Alessio Tucci: arrestato e detenuto, ha confessato secondo gli atti, che ricostruiscono anche i minuti di agonia di Martina. Di seguito riportiamo la sua lettera; dove compaiono invocazioni di violenza, restiamo fedeli al senso dichiarato dalla madre: richiesta di una pena massima ("fine pena mai").
"Queste siamo noi due, sempre insieme. Nel bene e nel male abbiamo affrontato tutto… ma questa volta sono sola: io e il tuo papà ad affrontare questo dolore troppo atroce. Tu eri la mia spalla, la mia forza… e io la tua. Tu eri mia: mia figlia, la persona per la quale andavo avanti. Il 26/05/2025 sei andata a scuola; abbiamo pranzato. Dopo pranzo sei andata a riposare, e anch’io. Verso le 16.50 sono scesa: tu stavi nella tua stanza. Ero andata a fare un servizio con tuo padre. Verso le 18:40 sei uscita di casa "a giocare" con Anna e L.; è venuto Tucci. Dal 26 maggio ti ho rivista il 2 giugno in una bara. Non sembrava vero… eri una principessa, come lo sei sempre stata. Mi hanno giudicata con cose orribili: per esempio che tu non dovevi nascere, che non dovevi avere me come mamma. Sui social ancora oggi mi tormentano con parole orribili. Io sembro fredda, ma ho tutto dentro, come facevi tu. Le persone non sanno quanto dolore ho… ora non ce la faccio più. Tante persone - nonne, mamme - mi giudicano, e ne soffro tanto".
"Sai, cara Marty, oggi ho rivisto i nostri video e sono crollata. Ho conosciuto una ragazza che mi vuole bene e stamane, prima delle 8, abbiamo pianto insieme. Dal cielo tu vedi… Se potessi, chiederei a Dio di farti scendere per goderti la tua vita, e salirei io al tuo posto. Io soffro tantissimo. Non mi rassegnerò mai al fatto che non ci sei. La casa è vuota; anche i cani sono tristi. Ora voglio solo giustizia: fine pena mai. Ma da Tucci vorrei sapere perché l’ha fatto; perchè non ha chiamato i soccorsi. Un’ora di agonia, e tu eri viva: potevano salvarti. Quanta paura hai avuto? Chissà se mi hai chiamata e hai pensato a me… Io penso che, quando ti ha fatto questa cosa orribile, tu fossi al telefono con me: non parlavi, e io dicevo “Marty, perché non parli?”. E quel mostro, in quegli attimi, avrà sentito la mia voce… Io non sapevo niente. Voglio sapere le ultime parole di mia figlia. Caro Tucci, non ti perdonerò mai: mi hai strappato il mio diamante prezioso. Cerco verità e giustizia: una giustizia vera. Fine pena mai. (Qui la mia rabbia è enorme: il senso è chiaro, chiedo la massima pena.) Sei un mostro".
"Non so come, e con che coraggio, hai fatto tutto questo a una ragazza di soli 14 anni, perché non voleva stare più con te. Ma lei, anche se vi eravate lasciati, stava con te: si fidava. Voglio giustizia: non si può morire per un “no”; non si muore a 14 anni. Non so come hai fatto a guardarmi negli occhi e a mentirmi. Io ti ho trattato come un figlio. Caro Tucci, fine pena mai. Ricordati: io devo campare solo per avere giustizia. (La mia determinazione è totale: otterrò giustizia nelle sedi competenti.) Hai rovinato la vita di nostra figlia e la nostra. Per noi - e per tutto il mondo - sei un assassino. Tutto il mondo vuole giustizia. E giustizia darò a mia figlia".
La potenza di queste righe sta nella cronologia precisa e nella serie di domande nette: perché è successo? perchè non furono allertati i soccorsi? quali furono gli ultimi istanti? La madre denuncia anche la violenza secondaria dei commenti online e chiede una risposta piena, severa e trasparente: "fine pena mai" quale appello alla massima sanzione possibile. Non c’è un colpevole da cercare né un enigma da sciogliere: per la famiglia Carbonaro il responsabile ha un nome e un cognome, Alessio Tucci. La loro richiesta è limpida: giustizia piena, senza sconti. I minuti taciuti, l’ombra sui soccorsi, il "no" trasformato in abisso: tutto inchioda a un dovere civile — riconoscere la gravità e pretendere una pena che non ammetta indulgenze. Ora la parola passa ai giudici, ma la coscienza pubblica non può tergiversare: chi spezza la vita di una quattordicenne rinuncia per sempre al diritto all’indulgenza. “Fine pena mai” qui non è uno slogan: è la misura etica che la famiglia chiede allo Stato.
Intervista integrale alla mamma di Martina Carbonaro
. Prima di tutto, mi permetta un abbraccio sincero. Com’era Martina? Ce la descriva con i suoi occhi: i sogni, le passioni, il carattere a casa e a scuola; che cosa la faceva sorridere, cosa desiderava per il suo futuro?
"Martina era solare, piena di vita. Amava la musica e truccarsi. Frequentava il primo anno dell’alberghiero. Voleva arruolarsi nell’Arma o nell’Esercito. Ma il suo sogno era aprire un ristorante. Le è stato negato. Io e mio marito vorremmo realizzarlo per lei".
- I minuti e i soccorsi (16.50–18.40). Che cosa esige sia chiarito minuto per minuto tra il fatto e l’allerta: tabulati, chat, geolocalizzazioni, testimoni. A suo giudizio, Martina poteva essere salvata?
"Sì, Martina poteva essere salvata. Lo ha dichiarato anche l’autopsia".
- Dopo l’assassinio. Alessio Tucci ha partecipato alle ricerche insieme a suo marito, da voi trattato come un figlio: come interpreta oggi quel comportamento? Le è sembrato freddo, lucido, già consapevole di ciò che aveva fatto? Ricorda frasi, gesti, dettagli che oggi assumono un significato diverso?
"Era lucido, super lucido. Non ha fatto capire niente a nessuno. È stato tutto premeditato".
- Il processo che vi aspettate. Cosa chiede alla magistratura: tempi certi, trasparenza, tutela in aula per la famiglia Carbonaro e per la memoria di Martina? siano riconosciute a carico di Tucci (controllo, minacce, omissione di soccorso, eventuale premeditazione) e quale pena ritiene giusta — anche in termini di esclusione di sconti e benefici?
"Voglio fine pena mai".
- Una sola domanda a Tucci, in faccia. Se potesse rivolgergliela oggi, quale sarebbe la domanda secca che desidera porgli in aula?
"Non lo perdonerò mai. Ha distrutto la vita di mia figlia e la nostra".
- 25 novembre, un messaggio alle donne. Cosa vuole dire alle ragazze che hanno paura e alle famiglie che sospettano situazioni di controllo o violenza? Qual è l’appello che desidera lasciare oggi?
"Alle ragazze dico che il vostro "no" vale. Se vi sentite controllate o impaurite, parlate subito con qualcuno di cui vi fidate e chiedete aiuto. Alle famiglie dico: ascoltate i segnali, non minimizzate, proteggete le vostre figlie. Alle istituzioni: date tempi certi e protezione vera. L’amore non umilia, non controlla, non fa paura.
Considerazione finale
Queste parole non chiedono indulgenza: chiedono giustizia piena. La misura che la famiglia invoca è chiara - fine pena mai - perchè a 14 anni non si può morire per un "no", e perchè la credibilità dello Stato passa dalla risposta data al nome di Martina.
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