

di Massimiliano Catapano
All’alba è scattato il sequestro preventivo dello stabilimento IN.C.E.B. Sud s.r.l., impianto per la macellazione e commercializzazione di carni bovine. Il provvedimento, eseguito dai Carabinieri del NOE con il Comando provinciale di Napoli su delega della Procura di Torre Annunziata, è stato firmato dal Gip con l’obiettivo di interrompere, dicono gli inquirenti, un possibile ulteriore pregiudizio ambientale al fiume Sarno e alle aree limitrofe. Nell’informativa investigativa si contesta all’azienda di aver operato senza le necessarie autorizzazioni in un immobile irregolare sotto il profilo edilizio e, soprattutto, di aver predisposto un by-pass abusivo capace di convogliare acque di lavorazione e di dilavamento dei piazzali - con residui organici di sangue e urine bovine - direttamente nella pubblica fognatura. Da lì, i reflui sarebbero defluiti nei canali che alimentano il Sarno. Le ipotesi di reato richiamano l’articolo 137 del Testo Unico Ambientale per scarico di reflui industriali non autorizzato.
Il quadro tecnico viene dalle analisi condotte dal NOE con il supporto dell’ARPAC Campania: i campionamenti hanno evidenziato parametri oltre i limiti di legge per azoto ammoniacale e ammoniaca, la presenza di grassi e oli di origine animale e vegetale, un BOD particolarmente elevato e tracce organiche riconducibili a sangue e urine. Le verifiche tossicologiche citate negli atti parlano di elevata pericolosità degli scarichi riscontrati. I sigilli arrivano su un impianto che impiega circa dieci dipendenti e dichiara una capacità di lavorazione di 50 tonnellate di carcasse al giorno: volumi che, sottolinea l’accusa, rendono essenziale un intervento immediato per contenere l’impatto sul bacino fluviale. Il provvedimento si inserisce nel più ampio tracciato dell’operazione "Rinascita Sarno". Secondo il bilancio aggiornato, l’azione del Gruppo Carabinieri Tutela Ambientale di Napoli, coordinata dalla Procura e affiancata dall’ARPAC, ha prodotto 325 controlli (con 191 irregolarità accertate), 61 sequestri di aziende e impianti, 204 persone denunciate, due arresti e una condanna in primo grado per inquinamento ambientale poi riformata nella pena in appello. Le indagini non si fermano: si sta mappando la rete degli sversamenti illeciti anche laddove l’inquinamento potrebbe derivare da scarichi fognari di Comuni ancora sprovvisti di una rete adeguata o non collettati ai depuratori.
Questo sequestro racconta due verità che l’area del Sarno conosce bene: la prima è che l’azione repressiva, quando è sistematica e sorretta da riscontri tecnici solidi, funziona e produce numeri; la seconda è che senza una infrastruttura pubblica di depurazione completa e affidabile, controlli severi e manutenzione continua della rete fognaria, l’emergenza tornerà ciclicamente. La tutela del fiume - e con essa della salute dei cittadini e dell’economia locale - passa da qui: regole rispettate nelle aziende, impianti pubblici all’altezza, tempi rapidi nelle autorizzazioni e nella vigilanza. Solo tenendo insieme questi pezzi il Sarno potrà davvero imboccare la strada della rinascita.
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