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Gerardo Fusco, il peso del cognome e la leggerezza del goal: dall'addio doloroso alla Salernitana alla ripartenza con la Cavese

11/11/2025

di Massimiliano Catapano

A Salerno, certi cognomi non sono semplici anagrafiche: sono storie che rimbalzano dagli spalti dell’"Arechi" fino ai campi di periferia. Quello dei Fusco è stato per anni un filo solido tra famiglia e maglia granata. Poi l’estate ha reciso il legame: prima l’uscita di scena di papà Luca dalla panchina della Primavera, quindi il mancato rinnovo del giovanissimo Gerardo (foto Lorenzo Giordano). Un epilogo che ha lasciato scie emotive e discussioni in città. Oggi, però, il ragazzo ha già rimesso il contachilometri a zero: con la Cavese ha trovato minuti, fiducia e, soprattutto, goal. Due in dieci presenze, entrambi pesantissimi: uno all’Audace Cerignola e uno al Potenza. Segni di una ripartenza che profuma di maturità. Intervistato da Sky Sport Insider, Gerardo non gira intorno all’elefante nella stanza: quel cognome "pesa", eccome. E pesa perchè papà Luca - oltre 200 presenze con la Salernitana, pilastro della memoria granata - ha lasciato in eredità molto più di un passato illustre. "Mi ha sempre consigliato", racconta il figlio, sottolineando come la sua "educazione calcistica" sia nata in casa: professionalità, umiltà, rispetto dei ruoli. Persino quando gli è capitato di averlo come allenatore, l’equilibrio non è mai mancato: da capitano ha saputo parlargli per il bene del gruppo, senza saltare gerarchie e senza chiedere sconti. "Se sono la persona che sono, lo devo anche a lui": una frase che non è rituale, ma la sintesi di un metodo.

Dentro la sua storia c’è un’immagine che resta: la convocazione con la prima squadra della Salernitana, arrivata all’improvviso mentre era al bar con gli amici. Un messaggio sul telefono, la corsa in albergo per il ritiro, l’adrenalina dell’esordio. Il contesto, però, era dei più amari: la squadra era a un passo dalla retrocessione aritmetica. All’"Arechi" lo speaker scandì il suo nome con una vibrazione speciale, inevitabile memoria del padre. Gerardo entrò e, per stemperare la tensione, ammette di aver quasi riso: l’ironia come scudo, la leggerezza come coraggio. Poi è arrivato il taglio netto. "La prima decisione subita e non presa", la definisce. Ma col senno di poi, recidere quel cordone gli è servito: a volte, per crescere, bisogna staccarsi proprio da ciò che si ama di più. È stata una ferita, certo; tuttavia, da quella fenditura è filtrata luce nuova. A Cava de’ Tirreni lo ha accolto un ambiente che gli ha dato spazio e responsabilità. Con l’allenatore, mister Prosperi, il feeling è immediato: dialogo, fiducia, compiti chiari. "Sono un attaccante: vivo per segnare", ripete, ma aggiunge un dettaglio non scontato per un ragazzo della sua età: sarebbe stato felice uguale se, anche senza reti, la Cavese fosse riuscita a uscire dal momento difficile. Una frase che fotografa bene la dimensione collettiva che sta costruendo.

Numeri alla mano, i due goal già messi in cartellino hanno avuto un peso specifico superiore alla media: non semplici timbri, ma colpi che hanno spostato partite, prima con l’Audace Cerignola, poi contro il Potenza. Dentro quelle esultanze c’è un manifesto tecnico e mentale: attacco della profondità, cattiveria nell’ultimo sedici metri, lucidità al momento decisivo. Ma, soprattutto, c’è la volontà di definire la propria identità oltre il cognome. Non un’eredità da rinnegare - anzi, la bussola resta il modello paterno - bensì un orizzonte personale da tracciare, metro dopo metro. Il presente dice Cavese, lavoro quotidiano e un rapporto di campo che lo fa sentire al centro del progetto. Il futuro, invece, lo immagina fatto di responsabilità crescenti: segnare con continuità, sì, ma anche essere utile fuori dal tabellino, nel pressing, nelle corse "sporche", nel tenere alta la squadra nei momenti di sofferenza. È la grammatica dell’attaccante moderno che Gerardo sta imparando a coniugare con la sua istintiva fame di porta. La Salernitana resta un capitolo inciso a fuoco, un esordio che vale una foto incorniciata e una lezione imparata in fretta: nel calcio, come nella vita, certe strade si dividono quando meno te lo aspetti. Ma il percorso non finisce: cambia direzione. E a Cava, tra il sostegno della piazza metelliana e la guida di Prosperi, Gerardo Fusco sta dimostrando che si può ripartire senza rinnegare nulla. Il cognome racconta da dove viene; i goal stanno dicendo chi sta diventando. Oggi vive di quello: dell’idea semplice e antica che una rete possa cambiare il destino di una partita . e, ogni tanto, anche di una carriera.

Redazione Sport - Salernitana -

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