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Morte sospetta al "Ruggi", 18 ore al pronto soccorso e poi la rianimazione: i familiari presentano un esposto

09/11/2025

di Massimiliano Catapano

La morte di Ulrico Palescandolo, 28 anni, residente a Pellezzano, riaccende l’attenzione sul funzionamento del pronto soccorso del "San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona". Il giovane è deceduto il 27 ottobre nel reparto di Rianimazione dopo circa 18 ore trascorse in area emergenza tra attese e trattamenti. Secondo i familiari, in quel lasso di tempo le condizioni del ragazzo si sarebbero progressivamente aggravate senza che gli interventi si rivelassero risolutivi. A seguito di quanto accaduto, nella mattinata di venerdì è stato depositato un esposto in Procura. A rappresentare la famiglia è l’avvocato Mattia Alfano, del foro di Firenze, lo stesso legale che segue anche i congiunti di Cristina Pagliarulo, la donna di Giffoni morta nei mesi scorsi in circostanze analoghe, sempre in relazione al pronto soccorso del "Ruggi". Nell’atto si chiede di verificare eventuali responsabilità o omissioni nelle procedure adottate dal personale sanitario dell’ospedale di via San Leonardo.

Il punto critico è la finestra temporale in emergenza: diciotto ore sono un arco di tempo che impone domande stringenti sull’adeguatezza del triage, sulla tempestività delle decisioni cliniche e sul monitoraggio continuo del paziente. La famiglia vuole sapere chi ha deciso cosa e quando, se tutte le misure previste dai protocolli siano state effettivamente messe in atto e, soprattutto, perché non si sia riusciti a invertire l’evoluzione del quadro clinico. In un reparto dove ogni minuto pesa, esitazioni o passaggi non tracciati non possono trovare alibi. Ora la magistratura è chiamata a fare chiarezza. L’indagine dovrà ricostruire, minuto per minuto, le ore cruciali vissute da Palescandolo al pronto soccorso, verificare la coerenza tra sintomi, diagnosi e terapie, e accertare se vi siano state carenze procedurali o scelte non adeguatamente motivate. La città si interroga: errore, fatalità o lacune operative? Le risposte arriveranno soltanto dai riscontri oggettivi.

Nel frattempo, resta il dovere di trasparenza. Un grande ospedale universitario non può permettersi zone d’ombra nella gestione dei casi più complessi: tracciabilità delle decisioni, comunicazione con i familiari e aderenza rigorosa ai protocolli sono elementi imprescindibili. È questo, in fondo, ciò che chiede la comunità e, prima ancora, ciò che merita la memoria di un ragazzo di ventotto anni. La Procura farà il suo corso; al personale sanitario, ai responsabili dei reparti e alla direzione spetta dimostrare, documenti alla mano, che ogni passaggio sia stato compiuto con prontezza e responsabilità.

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