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Terremoto politico a Pagani: appalti pilotati, corruzione e il peso dei clan dietro la macchina comunale

01/09/2025

di Massimiliano Catapano

Un’inchiesta destinata a lasciare il segno scuote il Comune di Pagani e getta ombre pesanti sulla gestione della cosa pubblica. La Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 persone accusate, a vario titolo, di corruzione e di aver favorito il clan Fezza-De Vivo attraverso l’assegnazione pilotata di appalti comunali. Un sistema definito dagli inquirenti "pervasivo e marcio", che non si sarebbe limitato a piegare la gestione amministrativa a logiche clientelari, ma avrebbe persino tentato di condizionare le elezioni amministrative del 2020. Al centro dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Elena Guarino emergono nomi di peso della politica e dell’imprenditoria locale. Tra gli indagati spiccano l’ex assessore Pietro Sessa, l’ex assessore e imprenditore Alfonso Marrazzo - titolare della società Pedema - e diversi imprenditori legati alla gestione di servizi comunali strategici. Sullo sfondo compare anche Giuseppe De Vivo, ritenuto figura di spicco del clan che porta il suo nome e che, secondo le accuse, avrebbe beneficiato direttamente di questo intreccio corruttivo.

L’attuale sindaco, Raffaele De Prisco, risulta invece estraneo alle contestazioni. Per lui, la procura avrebbe già valutato l’ipotesi di archiviazione o lo stralcio della posizione, un elemento che lo differenzia nettamente dal quadro generale di accuse che ha travolto altri protagonisti della vita amministrativa cittadina. Secondo gli atti d’indagine, il sistema corruttivo si sarebbe sviluppato tra il 2021 e il 2022, con una rete di favoritismi, scambi di favori e pressioni che avrebbero pilotato gare d’appalto e gestioni di servizi fondamentali. A rendere ancora più allarmante il quadro investigativo è la ricostruzione di un tentativo di condizionamento del voto cittadino nelle elezioni del 2020, segno di una strategia che mirava non solo al controllo delle risorse economiche, ma anche alla manipolazione della democrazia locale. Nell’elenco dei coinvolti compaiono, oltre a Sessa e Marrazzo, anche Pietro Buonocore, Claudio De Cola, Carmine De Riso, i fratelli Pierluigi e Sabato Fontana, Aniello Giordano, Dario Ippolito, Giuseppe Serritiello, Tommaso Sorrentino e i fratelli Bonaventura e Vincenzo Tramontano.

Una rete fitta di figure che, secondo l’accusa, avrebbero alimentato un circuito vizioso di interessi privati e criminali. L’inchiesta, che ora approda alla richiesta di rinvio a giudizio, rappresenta un duro colpo per Pagani e per l’intera provincia di Salerno, dove ancora una volta emerge il peso delle infiltrazioni criminali negli enti locali. Un “sistema marcio” che, come spesso accade in Italia, si insinua nelle pieghe della politica e dell’amministrazione pubblica, soffocando meritocrazia e trasparenza. Adesso sarà il giudice a valutare la fondatezza delle accuse e a decidere se aprire il processo. Ma per la città resta una ferita profonda: l’ennesima dimostrazione di come la gestione del potere, se contaminata da logiche mafiose e corrotte, finisca per tradire la fiducia dei cittadini e minare le fondamenta stesse della democrazia.

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