

di Massimiliano Catapano
Anche dopo una pandemia mondiale che ha messo in ginocchio ospedali e sistemi sanitari, l’Italia continua a fare i conti con un problema antico e irrisolto: quello degli operatori sanitari impiegati in ruoli d’ufficio invece che nei reparti. Il caso emblematico è quello dell’ASL di Salerno, dove sono almeno 370 le figure professionali - tra infermieri, OSS e altri sanitari - sottratte all’assistenza diretta e assegnate a mansioni amministrative, di segreteria o logistica. Un paradosso, se si pensa alle continue denunce di carenza di personale in corsia, alle lunghe attese nei pronto soccorso e alla fatica di medici e infermieri rimasti a fare davvero il proprio lavoro, spesso con turni massacranti e risorse insufficienti. Ma il problema non riguarda solo Salerno. Anzi, è la fotografia di un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale, in molte altre strutture sanitarie pubbliche: un sistema incancrenito, dove centinaia di professionisti formati per assistere i pazienti vengono stabilmente spostati dietro una scrivania - con tanto di indennità da corsia ancora in busta paga, in molti casi - a fronte di reparti lasciati scoperti.
Secondo i dati in possesso di alcune fonti interne, confermati da documenti noti sia all’ASL che alla Corte dei Conti, 217 infermieri salernitani lavorano oggi in ruoli non sanitari. Sommando OSS, OTA e altre figure si arriva a circa 370 unità sottratte alla loro funzione originaria. Alcuni ricevono ancora l’indennità infermieristica di circa 300 euro al mese, generando un costo annuo stimato in oltre 250.000 euro, che nel giro di pochi anni supera facilmente il milione. Eppure, si continua a far finta di nulla. Non si tratta solo di singole responsabilità individuali: l’apparato che permette e protegge questa stortura è ampio. Dirigenti, amministrazioni, sindacati, e in certi casi anche la politica, sembrano accettare il fenomeno come parte del sistema, rendendolo di fatto strutturale. Chi prova a cambiare le cose si scontra spesso con un muro di gomma fatto di burocrazia, o peggio, di silenzi. Alcune figure assegnate a ruoli organizzativi non avrebbero neppure i titoli previsti dalla legge, come i coordinatori nominati senza master obbligatori, in violazione della legge 43/2006. Anche questa non è una novità, né un’esclusiva campana. In tante aziende sanitarie italiane, i controlli vengono aggirati con facilità, lasciando spazio a un’organizzazione confusa, dove la meritocrazia resta un’illusione.
Anche le denunce sindacali - che pure nel tempo ci sono state - finiscono spesso nel vuoto. Alcuni sindacati hanno chiesto di ricollocare il personale in base al profilo professionale, ma tra promozioni "facili", incarichi assegnati per conoscenze e problemi di idoneità troppo spesso generici o strumentalizzati, tutto resta com’è. E la sanità continua a zoppicare. Il punto, però, è che non parliamo di eccezioni, ma di un problema sistemico, radicato in molte regioni italiane, che contribuisce all’impoverimento generale del servizio sanitario nazionale. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Lazio, Campania e Calabria, gli stessi meccanismi si ripetono con sfumature locali ma dinamiche identiche. In corsia manca personale, ma negli uffici la presenza è fin troppo abbondante. Gli ospedali chiedono rinforzi, ma le graduatorie restano ferme e chi è già in servizio spesso viene spostato per "motivi organizzativi". Una distorsione che alimenta un circolo vizioso: più carenze ci sono, più si giustificano incarichi fuori ruolo; più personale si allontana dai reparti, più cresce la fatica per chi resta.
Nel frattempo, i cittadini pagano. Pagano in tasse, in attese, in disservizi. E chi lavora con coscienza, in corsia e a contatto con la sofferenza, vede mortificato il proprio impegno da un sistema che premia l’inerzia e la scorciatoia. Finchè non si affronterà seriamente questo nodo - con controlli veri, riassegnazioni trasparenti e una visione più coraggiosa - non ci sarà piano sanitario che tenga. Perchè non è solo questione di fondi, ma di come vengono usati, e soprattutto di chi fa davvero il proprio dovere. E oggi, in troppe strutture italiane, chi fa il proprio dovere è sempre più solo.
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