

Ancora una volta il corpo, immerso nello spazio, è il protagonista del laboratorio di recitazione della sezione Workshop +18. A dominare la scena, in maniera potente, l’attore Massimiliano Rossi, che ritorna a Giffoni per un masterclass straordinaria. Una forza espressiva che travolge. Una sorta di ars maieutica che tira fuori dai discenti un potenziale nuovo, inespresso. Destruttura la sacralità della platea: tutti in scena, insieme a lui, in un esperimento di teatro sperimentale. "Tutti aspiriamo a fare il protagonista. - esordisce Rossi - Il mestiere è diverso da quello che ci si aspetta. È sempre un lavoro in cui gli altri ti guardano e che deve passare attraverso la corporeità. Il nostro corpo invia dei messaggi, a volte sembriamo quello che non siamo. La prima cosa è l’accettazione. - insiste - È perdonarsi. Io sono voi, alla vostra età mi preoccupavo di formarmi". Il mestiere dell’attore "si fa, non si ascolta" secondo Rossi, riferendosi ai maestri di teatro: "È pragmatico - e incalza - Allora che vulimm fa?", e li invita a sfidarsi, a mettersi in discussione. "Sul palcoscenico si diventa Dio, si attrae lo sguardo", prosegue, parlando si semiotica e Scienza dei segni associandola alla recitazione: "Siamo dei segni grammaticali. Il problema è che dobbiamo esserlo per chi ci guarda. La sostanza umana è la stessa: raccontare storie attraverso i caratteri che sono attori. La finzione è la stessa, ma la grammatica è diversa tra cinema e teatro".
Trasmette piccoli trucchi ai giovani Giffoner, come quello di utilizzare "il vernacolo, la madre del nostro linguaggio" quando ci sono difficoltà nell’emozione della battuta: "Rivolgetevi alla lingua madre nel vostro dialetto, la tonalità sarà naturale. A teatro siamo i vettori di un segno. Non è solo espressività spaziale. Parlate con la vostra voce reale, piena. Date voce alla vostra vita, che è unica. Non fate paragoni con gli altri, fate riferimento al vostro passato - li stimola - Non siete migliori, ma neanche peggiori degli altri". Il workshop si traduce in una lectio magistralis sulla naturalezza delle emozioni e dell’emissione vocale, nonostante la voce da spingere a teatro? "La recitazione è analisi del testo, grammaticale, del periodo. Analizzi un testo e quello che emotivamente esce "lo attacchi" sulle tue emozioni, sul tuo passato. Fate riferimento al vostro vissuto. Dentro avete le capacità degli esseri umani. È possibile crearlo solo attraverso esercizio fisico". Si concentra, inoltre, sulla memoria di un’emozione muscolare: "Paura, coraggio, come le riconosciamo? É il corpo che ci allerta", insistendo poi sulla costruzione del personaggio. "Cerco di annullare me stesso. Io non sono un pedagogo, non ho un metodo. Sono semplicemente un attore che ha trasformato in azione pragmatica quello che ha studiato. Ognuno di noi deve avere percezione di quello che è, e avere percezione degli altri. Non giudichiamo noi stessi, ma dobbiamo prendere coscienza di quello che siamo. Una persona molto contratta è così perché ha sofferto. Il dolore forte comprime. Le chiusure dell’attore però non sono le chiusure del personaggio", continua, invitando ad avere percezione del corpo.
"Torso dritto perchè l’emissione vocalità è limpida. Soprattutto essere radicati in scena. Collo, glutei in tensione, attenzione. Stare in scena distratti è pericoloso. Faticate. Le braccia sono un eco del corpo, tutto parte dal centro. Voi avete una missione: l’emozione deve incontrare il reale. Il discrimine tra un grande attore e uno normale è l’ascolto. Non posizionate la vostra attenzione su voi stessi. È l’ascolto che vi rende un grande attore. State sulla relazione", ha concluso.
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