

A Palmi, una piccola cittadina della Calabria, Don Vincenzo (Rocco Papaleo), geniale agricoltore in pensione, ha un’idea folle per risollevare la squadra di calcio locale: organizzare una bizzarra raccolta fondi per ingaggiare Etienne Morville (Blaise Afonso), giocatore di Serie A, dal pessimo carattere, ma tra i più forti al mondo. Seppure controvoglia, Morville lascerà Milano per trasferirsi a Palmi e provare a risanare la sua immagine. Qui si scontrerà con una realtà fatta di sincerità, che porterà tutti a vivere un’esperienza indimenticabile. E’ questo il racconto contenuto in "Us Palmese" film diretto da Manetti Bros che ha portato in primavera sul grande schermo il valore dello sport e soprattutto del sogno che non "muore, nonostante ostacoli, difficoltà e la sregolatezza".
Al Giffoni Film Festival arriva Antonio Manetti, che ha potuto vivere insieme ai #giffoner in Sala Verde la proiezione del film subito dopo aver tenuto un incontro per la sezione #workshop. "Penso che questo film in qualche modo parla agli uomini e agli adolescenti e dice che quando hai una passione, come quella del protagonista, bisogna stare attenti a non perderla e a tenerla viva. Si può perdere per tanti motivi anche nel nostro film e poi perdersi di conseguenza. Se una persona vuole riuscire soprattutto nello sport - ha dichiarato Antonio Manetti - la passione è fondamentale. Per arrivare a quello che vuoi e per riuscire a fare quello che ti piace, proprio la passione è fondamentale e soprattutto riuscire a mantenerla viva. Anche un attore deve fare film che gli piacciono, altrimenti non ha senso. Il calcio delle mega-città e il calcio della provincia dovrebbero avere in comune lo spirito sportivo che non è solo l’importanza del partecipare ma del provare a vincere. Perchè il senso dello sport è anche quello, lo sport è sano agonismo che rimane comunque nelle regole".
"Sognate ragazzi, anche se viviamo in un mondo in cui sognare sembra impossibile", è il messaggio del regista e produttore Antonio Manetti agli aspiranti attori e attrici della sezione Workshop +18 di #Giffoni55. "Viviamo in un mondo in cui la performance è tutto. I ragazzi sono un po’ persi, perchè non ci si può permettere di sognare". Un intero pomeriggio ad Antonio, parte del duo creativo Manetti Bros, al Festival per la proiezione di "Us Palmese". "È un film che è una metafora della vita e desidera suggerire la speranza. Si parla di calcio, che ormai è più marketing che gioco, con ragazzi idolatrati come star. I giocatori devono essere forti con la testa non solo fisicamente. La storia di un bambino che sogna e da campione non sogna più. Poi incontra Don Vincenzo, interpretato da Rocco Papaleo: un anziano che sogna ancora". Nel corso del workshop racconta la sua esperienza, dagli inizi girando in pellicola all’avvento del digitale. "Il mio consiglio a voi giovani è fate, non aspettate. Non provate a scrivere una storia. Avete i mezzi, fate! Avete questa fortuna. Se uno intraprende una carriera perché ha un sogno, ma non è convinto, diventa faticoso, perchè il cinema è fatto anche di relazioni. Provate a farlo per capire vi piace davvero. Oggi tutti mettono in scena, YouTube, Tik Tok. Quindi oggi forse faccio un passo indietro e vi dico di studiare. Oggi è facile usare una videocamera, però fare cinema vuol dire vedere film, analizzarli, capirli".
Il cortometraggio come primo biglietto da visita per un festival. "Oggi possono servire a far decollare una carriera di un regista. Sono importantissimi, sia per la forma narrativa, che per studiare e conoscere l’industria. Quando abbiamo iniziato a fare film volevamo fare cinema. Per caso facemmo un cortometraggio. Frequentavano musicisti e ci chiamarono per il videoclip. Due anni di esperienza incredibile, ne abbiamo fatti tantissimi, perchè il videoclip è come un mini-film: devi scrivere, cercare un committente. Prove, riprese, montaggio, con piccoli budget. Facevamo video musicali narrativi, pochissimi di playback: è diventata la nostra forma stilistica. Non dovete lasciarsi andare alla lamentela. Non sono le difficoltà esterne a frenarvi. –-prosegue Antonio Manetti - Se lo vuoi veramente, non mollare mai. È indispensabile mettersi alla prova per capire se piace questo lavoro, perché le difficoltà esterne sono talmente tante che è difficile arrivare al successo. Ma occorre continuare a provare sempre".
L’ironia come uno dei registri stilistici dominanti di tutta la produzione artistica dei Manetti Bros: "Sempre ironici, anche nei film più seri. Abbiamo fatto tante commedie e serie tv. Amore e Malavita, l’Ispettore Coliandro: l’idea di base non è mai la commedia, la fa diventare diventare tale il nostro sguardo sul mondo e sulle persone, perché la vita è comica in ogni secondo se la filmi. Come dice Tantantino, i suoi film sullo schermo sono noir, ma se osservi il pubblico sembra che stia guardando una commedia. Siamo sempre coerenti. Non facciamo mai una cosa che non ci piace", insiste raccontando il legame con il fratello Marco. "Abbiamo vissuto molto insieme, con molti amici insieme. Siamo molto uniti. I nostri riferimenti culturali, tutta la parte artistica l’abbiamo condivisa. Compravano tantissimi dischi. Andavamo ai concerti insieme. Registravano tutti i film che passavano in TV. É nata, così, la passione per i primi esperimenti, con le prime telecamere. Marco ha fatto tanta gavetta, ha ricoperto tanti ruoli fino ad arrivare ad aiuto regia. Io avevo scritto un corto, lui l’ha visto e mi ha detto "ti va di farlo insieme?". Così sono nati i Manetti Bros. Non sentiamo l’esigenza artistica di essere da soli. Ci mischiamo, non abbiamo competizione come fratelli. Le difficoltà ci sono per tutti sempre, anche per un figlio d’arte. Se fai un film non sai se registrerai ancora e ne farai un secondo. C’è sempre la paura di non riuscire a replicarsi, a fare. La forza interna deve essere enorme".
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