

Tutele, garanzie e diritti: attraversa tutti gli aspetti e le sfumature del mestiere della recitazione la sezione Workshop +18 di #Giffoni55, dedicata agli aspiranti attori e attrici. "Viviamo in un Paese in cui si chiede ai giovani di lavorare non retribuiti. Il lavoro si paga", sottolineano Antonia Fama di Collettiva e Sabina di Marco della segreteria nazionale di SIc CGIL, il sindacato lavoratori della comunicazione. "Sì, ma che lavoro fai?" è il titolo dell’incontro che affronta un tema complesso, spesso collegato alla precarietà del settore. Il primo contratto collettivo nazionale di lavoro per attrici e attori del Cineaudiovisivo è stato firmato a dicembre 2023. Fino ad allora, ogni interprete doveva negoziare individualmente compenso, regole di ingaggio e condizioni di lavoro. "Sono molto contenta di essere qui con voi. - insiste Antonia Fama attrice, autrice stand-up comedian, giornalista di Collettiva, testata giornalistica che raccoglie la voce dei lavoratori - Partiamo dalle storie delle persone che lavorano nello spettacolo, in quelle zone d’ombra dove non arriva nessuno. È un punto di vista privilegiato su quello che avviene in un settore che è paradossalmente molto visibile, ma i cui lavoratori sono estremamente invisibili, con condizioni non del tutto trasparenti. Abbiamo fatto emergere casi di difficoltà e di abuso. Un tema centrale che connette la tutela alla questione esistenziale della persona, costretta a logiche di performance esasperata".
Non solo la gavetta con piccoli contratti da allievo-attore, ma formule di performance massacranti e frustranti, accentuate dall’epoca dei social. "La domanda più frequente è "Che lavoro fai? Ti pagano? Ci Campi". Come se la professione artistica non venisse considerata un lavoro. - continua Antonia Fama - Una cultura tipicamente italiana: l’arte non è una professione, a meno che non si faccia il famoso grande salto che rende famosi al grande pubblico. Siamo cresciuti con l’emblema che, se si viene dalla periferia e si insegue il grande sogno, bisogna lottare e combattere. Solo se sudi diventerai qualcuno e per farlo dovrai accettare qualsiasi condizione". Un pregiudizio atavico, quest’ultimo, a cui si aggiunge il peso della performance dei social. "Non c’è spazio per il fallimento. Devi essere sempre il vincente. Sei out se non hai abbastanza follower. Una condanna. Emerge con forza il tema identitario: chi sono, quanto valgo, quanto sono bravo, da correlare a quanto valgo economicamente. Si pensa di valere poco perché si è pagati poco. Dovete pretendere economicamente e tutti i diritti altrimenti diventerete preda di quella che io chiamo la condanna della gavetta".
Una sorta di limbo dantesco, in cui si rimane "l’eterno emergente". Ad introdurre i Workshopper al Contratto Collettivo Nazionale per lo spettacolo interviene Sabina di Marco: tariffe minimi sindacali, tutele rispetto ai contratti e agli ingaggi. "Ci sono professioni all’interno del settore del cinema audiovisivo che non sono codificate. Ne registriamo circa 135, modificate dall’avvento delle tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Siamo riusciti ad inserire per la prima volta nella storia di questo Paese il contratto collettivo nazionale. C’erano forti resistenze a regolare questo settore, partendo dall’idea banale che la creatività è fatta di deregolazione: niente di più falso, voi siete professionisti del settore. Un passaggio epocale è stata la pandemia, per la prima volta si è parlato di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo che producono ricchezza e concorrono al PIL", spiega Sabina Di Marco. Il tema della retribuzione è centrale: "Il lavoro si paga, voi producete ricchezza e il cinema è un’industria. L’idea dello sfruttamento è molto spiccata qui in Italia. Il contratto collettivo nazionale prevede i minimi contrattuali per una battuta semplicemente. L’orgoglio di essere pagati vi dà autonomia: si esiste socialmente. Il lavoro che voi fate aiuta la società a sentirsi comunità, perché produce cultura e serve ad alimentare la libertà di espressione di questo Paese".
Un’ampia digressione anche sul contrasto alle disparità e alla violenza di genere, con tutele anche per la protezione dell’immagine e della voce rispetto alla possibilità di utilizzo di provini attraverso l’intelligenza artificiale. "L’arte è rispetto della persona. - replicano alla domanda di una Giffoner sulla consuetudine diffusa del 'ti pago in visibilità' - Le carriere si creano anche con i No al continuo ricatto, alla paura di uscire fuori dal giro. Oggi lo strumento di libertà dei social è diventato una trappola. Non dovete essere disposti a fare la fame. Non pensate di dover rinunciare a tutto nella vostra vita per inseguire il sogno. È solo cambiando la cultura che si cambia una tendenza".
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