

Quando si riaccedono le luci, l’ultima immagine del documentario "42", in anteprima a #Giffoni55, lascia spazio alla commozione. Quella di Pietro Orlandi e quella dei giffoner della Impact!, giovani tra i 18 e i 30 anni. C’è chi si asciuga le lacrime, chi fa fatica a parlare. A oltre 42 anni dal rapimento della giovane cittadina della Città del Vaticano, Emanuela Orlandi, è come se il tempo si fosse fermato. Quel tempo al centro del documentario diretto da Elettra Orlandi, a cura di Alessandra De Vita, realizzato con Rebecca Orlandi (autrice della canzone finale) ed Emanuele De Vita (al montaggio) per raccontare la vita delle persone che vivevano (e vivono) intorno a Emanuela. La vita di quelle persone tanto negli attimi seguiti alla scomparsa quanto nei momenti che hanno caratterizzato gli anni trascorsi da quel 22 giugno 1983. Tante le domande dei giffoner a Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che da 42 anni cerca incessantemente la verità. "Non ho la speranza, ho la certezza che si arriverà alla verità. Perché la verità non può rimanere occultata per sempre", afferma. Non nasconde, Orlandi, la sua rabbia "perchè il Vaticano era casa nostra, ma ci hanno voltato le spalle. Abbiamo passato lì un’infanzia meravigliosa: era come se i papi ci tenessero per mano. Ma quando è successa la storia di Emanuela ho avuto la percezione che ci avessero lasciato la mano e voltato le spalle. E non è mai cambiato da allora. Ci sono tantissime situazioni che confermano questo mio pensiero. E non me la prendo solo con il Vaticano, ma anche con lo Stato".
E tuttavia non può mancare la fiducia, anche in papa Leone XIV: "Il nuovo papa può essere una speranza. Lo era anche l’elezione di papa Francesco. Dopo due settimane mi disse la famosa frase 'Emanuela sta in cielo'. Ma il fatto che il papa nominasse Emanuela era importante. Pensai che avesse la forza, il coraggio e la voglia di andare avanti fino alla verità". Invece poi "il muro si è alzato più di prima. Ho sperato fino all’ultimo istante che potesse incontrare me o mia madre. Invece mai una parola di conforto, una telefonata". Nonostante tutto, dice Pietro Orlandi, "io devo essere sempre ottimista. So che il nuovo Papa ha incontrato già tante persone. C’è stato un angelus il 22 giugno, giorno dell’anniversario della scomparsa. Speravo in un ricordo di Emanuela, e purtroppo non c’è stato. Ero convinto che il nuovo papa avrebbe speso una parola. - continua - Se l’aspettava anche mia madre. E invece non c’è stata quella parola e devo dire che purtroppo non è un bel segnale". Poi aggiunge: "Io mi auguro che possa essere contraddetto presto. Perchè Papa Leone ha detto che il suo pontificato si baserà su tre parole: pace, verità e giustizia. Quindi aspetto e devo essere ottimista comunque e sempre".
Verità e giustizia sono l’obiettivo di Pietro Orlandi. E l’invito a cercarle sempre è rivolto ai giovani: "Non accettate mai passivamente ingiustizie, grandi o piccole che siano. La verità e la giustizia dovrebbero essere la normalità. E io sono convito di arrivare alla verità, non è una speranza ma una convinzione. - ribadisce più volte il concetto – Il sacrificio di Emanuela spero possa non essere vano, possa cambiare le coscienze delle persone. Cambiarle a ragazzi e ragazze della vostra età è molto importante. Io vedo in voi un senso di giustizia molto forte, vedo in voi lo spartiacque tra il passato e un mondo migliore, dove giustizia e verità siano la normalità". L’attacco di Orlandi e, al tempo stesso, la necessità di avere fiducia non riguardano solo il Vaticano: "Nelle istituzioni bisogna avere fiducia. Ci sono tre inchieste in questo momento su Emanuela: una in commissione parlamentare, un’inchiesta vaticana e una della procura di Roma". E precisa: "Dopo 42 anni tre inchieste aperte non è normale. Poi c’è chi rema contro, ma se c’è la volontà di andare avanti è positivo".
La conclusione è amara: "Ci sono persone che sanno", afferma. E ancora: "Sono convinto che c’è ancora oggi un ricatto". L’amarezza riguarda anche il tempo trascorso da quel 22 giugno di 42 anni fa. Tempo non a caso al centro del documentario: "Questo tempo mi ha logorato. È difficile recuperarlo. Quando è successo questo fatto si è aperta per me una specie di parentesi. E io spero che si chiuda, quando arriverà la verità, per recupere quella serenità che avevo. Oggi ho un’altra serenità, ma non quella". Tuttavia, "noi pensiamo di essere più forti di quel tempo. Arriveremo alla verità e, se non ci dovessi essere più io, ci sono tante persone che hanno dimostrato solidarietà". Solidarietà che "arriva da tutto il mondo, da ogni angolo della terra. E ci dà la forza per andare avanti. Quel muro si sta sgretolando e arriveremo alla verità. Verità e giustizia sono un diritto assoluto per ognuno di noi, il principio fondamentale di ogni Stato che si reputa civile. E io per quel diritto lotterò fino alla fine" anche perchè "la voce di Emanuela è la voce di chi non ha voce, di quelle famiglie che vivono questa situazione".
Protagonisti, in sala Verde, gli autori del documentario. Per la curatrice Alessandra De Vita, "Giffoni è un’oasi di speranza. Era importante che questa storia incontrasse un po’ di speranza". Elettra Orlandi, regista, spiega il perchè della scelta di non realizzare un documentario di inchiesta su sua zia Emanuela: "Non volevamo fare un documentario di inchiesta, sono stati fatti e fatti bene. Allora abbiamo pensato di vedere le vite intorno a queste storie. Volevamo far immedesimare nella vita non solo della persona rapita ma di quelle che vivono intorno. Le vite delle persone intorno restano sospese". Infine, è Rebecca Orlandi, autrice di "Mantello di quercia", la canzone che chiude il documentario, a emozionare la sala e lo stesso Pietro, suo padre. Che racconta: "Rebecca quando ha scritto questa canzone non l’ha scritta per Emanuela. Io la sentivo cantare dalla cucina e mi sembrava che Emanuela cantasse. Quando dice "una barca in mezzo al bosco e non posso uscire perchè non posso aprire le vele, è come se cantasse Emanuela. Non l’ha scritta per Emanuela ma per me quella è la canzone di Emanuela". E Rebecca in qualche modo conferma: "La musica e l’arte non sai da dove arrivano, le trasporti solo. Questo testo è l’unico che, dopo il primo verso, ho scritto senza fermarmi fino alla fine".
Altri articoli di questo autore:
Se vuoi essere tempestivamente aggiornato su quello che succede a Salerno e provincia, la pagina facebook di Salerno in Web pubblica minuto per minuto notizie fresche sulla tua home.