

Il messaggio de "I ragazzi di Via D’Amelio", associazione antimafia e di promozione della legalità patrocinata dal Ministero della Cultura, è chiaro: la mafia non è invincibile. Al contrario, si può contrastare ogni giorno con piccoli gesti. Gesti che l’associazione ha raccolto in un manuale dal nome "Capaci di combattere le mafie". L’incontro di Raffaele D’Alfonso Del Sordo, Umberto Allotta, Assunta Sautto, Matteo Falcone, Annamaria Francesca Ionesco, Leonardo Menniti e Gianluca Bellumori con i giffoner è appassionato, tanto più che cade proprio nel nell’anniversario della strage di via D’Amelio. Il racconto parte dal momento di nascita dell’associazione. Dal desiderio di non lasciarsi sopraffare dal "senso di rassegnazione che le cose debbano sempre andare in un certo modo" emerso dopo una notte di esplosioni a San Severo in provincia di Foggia. "Quella notte ho capito che dovevo creare un progetto per dire alle persone che non ci si può rassegnare così", ricorda Raffaele. Tante le domande di partenza: "Cos’è la legalità? Come si possono contrastare le mafie? È compito solo dei magistrati o dei politici? Non so se abbiamo trovato una risposta. Siamo partiti in tre o quattro, oggi siamo di più". La mission dell’associazione è sfruttare la "possibilità di fare diversamente. Non so se meglio, ma diversamente: cercare di inquadrare anche la prospettiva dell’antimafia sociale diversamente". Perchè, continua, "fare legalità non è solo manifestazioni, ma avere delle piccole attitudini nel quotidiano. La mafia non è solo sparatorie. Oggi, lo sappiamo, la mafia è spesso imprenditrice. E come si fa ad accorgersi della mafia al supermercato o quando si va a giocare una schedina?". Da qui il manuale "su come individuare queste infiltrazioni, su come mettere in pratica azioni concrete. È un modo differente di poter fare legalità".
A illustrare parte del manuale è Annamaria: "La nostra associazione gira intorno a un manuale fatto di consigli quotidiani, semplici. Perchè tutti noi ci troviamo faccia a faccia con la criminalità organizzata". Come? Nei modi più diversi, a iniziare dalle shopper biodegradabili. Già, perchè "se le regole per realizzarle vengono seguite vengono prodotte buste regolari. Ma accade che le mafie producano quelle buste con materiali che non sono biodegradabili, dunque inquinano. Quello che consigliamo è di portare con sé una busta riciclabile". Un altro consiglio ha a che fare con le agromafie: "Sugli stessi scaffali, insieme a prodotti legali, ci possono essere prodotti fantasma, fabbricati in condizioni non regolari. Nel migliore dei casi le mafie ci ingannano sul tipo di prodotto". Anche in quel caso, saper riconoscere quei prodotti è un modo quotidiano per contrastare le mafie. "Se la mafia vuole il silenzio e l’omertà - conclude - a noi spetta la parola".
Ma i modi di proliferare delle mafie sono tanti, dallo spaccio di droghe al gioco d’azzardo, come spiega Leonardo. O "infiltrandosi nelle attività commerciali", come racconta Gianluca, laddove a nostra insaputa spesso "mangiano una pizza o bevendo un cocktail. Ma se so che quel bar o quel pub è gestito da mafiosi, se so che nella mia zona c’è riciclaggio e ci vado, io sto contribuendo. Invece, se so che c’è un pub o un bar che la mafia usa per pulire soldi, io non ci devo andare". Insomma, la lotta alla criminalità organizzata passa anche dell’evitare "lo scaricabarile". Non manca, nel trentatreesimo anniversario dell’uccisione del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, un ricordo di quell’evento che dà il nome all’associazione. "Oggi ci saranno commemorazioni, parole, cerimonie. - afferma Assunta - Ma domani tutto torna come prima. Lo scopo della nostra associazione è trasformare il ricordo in azione tutti i giorni", dice rievocando la lezione di Borsellino sulla lotta alla mafia come un movimento culturale e sociale che deve coinvolgere tutti. A ricordare la strage è anche Matteo: "Il 19 luglio 1992 molti di noi non erano nati, ma dopo 33 anni siamo qui a parlare di quello che accadde. Cosa ci ha lasciato quella giornata? Si poteva credere che era tutto finito, loro avevano vinto e noi perso. Invece no. Quel giorno è stato un punto di partenza perchè ha dato ai giovani, anche quelli nati dopo, la voglia di combattere quel sistema malato". Matteo ricorda una parola usata da Borsellino 33 anni fa, rispondendo a una lettera di liceali, dieci ore prima della bomba: 'Sono ottimista'. Pronunciare questa frase prima di una morte annunciata non penso sia facile - conclude - ma penso sia il messaggio che Borsellino lascia e su cui noi vogliamo puntare per andare avanti".
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