

Dietro l’apparente normalità del traffico commerciale nel porto, si nascondeva una rotta oscura, invisibile a chi non sapeva dove guardare. Container che arrivavano regolarmente d’oltreoceano, documenti in ordine, niente che potesse far pensare a qualcosa di illecito. Eppure, dentro quei carichi, viaggiavano chilogrammi di cocaina e marijuana provenienti dal Sud America. A scoprire e smantellare la rete ci ha pensato la Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno, con un’indagine che ha preso il nome di "Drugstore". Il processo, concluso con il rito abbreviato, ha portato a otto condanne per un totale di 80 anni di carcere. Un colpo durissimo a un sistema ben organizzato, che univa l’esperienza della ‘ndrangheta calabrese con la forza operativa di alcune cellule criminali campane. Le indagini, avviate nel 2024, avevano già portato a 15 misure cautelari, tra cui 11 arresti in carcere. Ma è con il verdetto arrivato nei giorni scorsi che l’intera portata del fenomeno è stata certificata nero su bianco. Il cuore dell’operazione era proprio il porto di Salerno, scelto per la sua posizione strategica e per il volume di merci che ogni settimana vi transitano.
La droga arrivava nascosta tra i container, mescolata a carichi legali. Una volta sbarcata, passava nelle mani di intermediari locali che provvedevano allo smistamento, seguendo un’organizzazione meticolosa. A capo del gruppo, secondo gli inquirenti, c’era Franco Volpe, condannato a 14 anni di reclusione. Dietro di lui, figure chiave come Giuseppe Carraturo (11 anni), i fratelli Nicola e Francesco Alvaro - membri della potente cosca di Sinopoli - condannati entrambi a 10 anni e 8 mesi, così come Fortunato Marafioti. Seguono Carmine Ferrara (9 anni e 4 mesi), Salvatore Rocco (7 anni e 4 mesi) e Enrico D’Ambrosio (5 anni e 4 mesi). La dinamica era semplice ma efficace: i narcos sudamericani spedivano la merce, gli affiliati calabresi ne curavano l’arrivo e i campani si occupavano della distribuzione. Tutto avveniva con precisione quasi aziendale, sfruttando i punti deboli dei controlli doganali e la complicità di contatti fidati nei due territori. Le piazze di spaccio del Sud erano il primo sbocco, ma le potenzialità dell’organizzazione andavano ben oltre. Secondo gli investigatori, il sistema avrebbe potuto estendersi in altre regioni, ampliando la rete di distribuzione su scala nazionale.
Il dato più allarmante è proprio questo: la criminalità organizzata non si muove più solo con pistole e minacce, ma adotta logiche imprenditoriali, mimetizzandosi tra le attività lecite. Il porto di Salerno, in questo senso, si è rivelato un punto particolarmente vulnerabile. Non per mancanza di controlli, ma per l’enorme quantità di traffico da gestire quotidianamente, che rende difficile intercettare ogni possibile anomalia. Il processo "Drugstore" lancia dunque un segnale forte: oggi le mafie puntano ai nodi strategici del sistema, là dove si muovono merci, capitali e contatti internazionali. Ed è proprio in questi contesti che lo Stato deve rafforzare la propria presenza, con strumenti nuovi, personale formato e una sinergia costante tra forze dell’ordine, dogane e operatori portuali. Salerno non è solo una città di mare: è un crocevia economico fondamentale per il Sud. Ma come dimostra questa inchiesta, la sicurezza di un’infrastruttura tanto importante non può essere data per scontata. La sfida è aperta, e richiede attenzione, risorse e soprattutto consapevolezza. Perché il crimine, oggi, si muove silenzioso. E colpisce dove meno te lo aspetti.
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