

Grande successo internazionale dell'atleta e personal trainer battipagliese Giuseppe Rizzo che si laurea campione del Mondo di Kettlebell, attrezzo ginnico consistente in un peso di forma sferica con una maniglia e disciplina riconosciuta dalla FIPE. "Dovevo liberarmi fino all'ultima zavorra, non tanto quella rappresenta dal mio attrezzo di lavoro, che mi ha accompagnato per mezz'ora di seguito, quanto di tutte le traversie che si sono contrapposte tra me e il titolo mondiale. Vorrei solo ricordare - evidenzia alla rivista "Spunti&Appunti - che solo sei mesi prima, mentre ultimavo la preparazione in vista degli Europei, mi sono rotto un braccio. E ho rischiato di rompermelo di nuovo per preparare i campionati italiani, ai quali ho dovuto ovviamente rinunciare. La stessa qualificazione ai Mondiali è arrivata solo in extremis, ottenuta attraverso un'affermazione ad una competizione allestita ad hoc! Non avevo altro obiettivo se non quello di fare la gara così come l'avevo pianificata, e così è stato! Il titolo mondiale ne è stata, evidentemente, una conseguenza tutt'altro che scontata".
Rizzo continua: "Una gara ostica alla quale partecipano solo pochi atleti, perchè rappresenta l'élite del Kettlebell. Io stesso l'ho scelta quasi per caso, in considerazione anche dell'infortunio che avevo subito. Inoltre, ero allineato in pedana con i migliori specialisti della disciplina, tra pluri campioni mondiali in carica e campioni uscenti. Per quanto mi riguarda, io ho fatto la mia gara, ai ritmi che avevo predisposto, ma sempre con un occhio ai miei avversari che, però, mai hanno impostato la loro andatura in modo tale da costringermi a serrare i miei ritmi. Ho iniziato a sentire l'adrenalina della gara solo quando ho indossato la tuta della Nazionale, circa un'ora prima di salire in pedana. Durante i primi due giorni del Mondiale mi sono goduto le alterne emozioni che provavano gli altri atleti partecipanti, circa 700 provenienti da ben 33 Paesi. È stato emozionante anche riabbracciare i miei vecchi e nuovi compagni della Nazionale, con i quali ho condiviso questa esperienza. Ma ho iniziato davvero a calarmi nel clima agonistico, e a viverlo in prima persona, solo quando è toccato a me salire in pedana".
Per salire sul tetto più alto del podio sono state "necessarie" 401 ripetizioni: "Avevo chiara la situazione: il display aggiornava il mio computo e quello dei miei rivali. Giusto alla quattrocentesima, ho effettuato l'ultimo sforzo, perché ci tenevo ad infrangere il numero delle quattrocento serie. Si tratta di numeri che risuonano nel mondo del Kettlebell, perchè sono numeri molto alti, anche a livello internazionale. A quel punto ci tenevo a lasciare il segno dopo una gara goduta dall'inizio alla fine, caratterizzata da uno sforzo controllato e con ritmi sempre crescenti. Uno sforzo bello, importante, potente, uno sforzo che mi potevo permettere di compiere, perché stavo andando come un treno e niente e nessuno mi avrebbe impedito di arrestare la mia marcia. È stato un viaggio durato mezz'ora, un viaggio emozionante e fantastico, fatto di cuore, anima, resistenza e, soprattutto, di ritmo gara, quello che mi ero imposto io. Tutto è andato come desideravo: dal riscaldamento all'assistenza tecnica che mi supportava, da regolamento, ogni 10 minuti. Durante i quali venivo asciugato e cosparso di magnesio sulle mani. Mani, che non hanno mai risentito davvero dello sforzo: altro segnale, non secondario che tutto il mio corpo stava rispondendo nel migliore dei modi. La tecnica è stata un'altro mio valido alleato, perché non ho avuto mai la necessità di aprire le mani. Tecnica e mani pulite, potrei sintetizzare".
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