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Maurizio De Giovanni a Giffoni parla dei suoi personaggi e ai ragazzi: “Voi non siete il futuro, ma il presente necessario”

28/07/2021

Lo scrittore Maurizio De Giovanni porta il mare a Giffoni. E lo fa, metaforicamente, citando l'uruguaiano Eduardo Galeano, in un ricamo di aneddoti che, da straordinario affabulatore, colpisce dritto al cuore i ragazzi di IMPACT! Quello che riguarda l'autore di “Le vene aperte dell'America latina” è tra i più belli: “Galeano viene invitato a parlare di un suo libro in un paese dell'entroterra, dove si moriva giovanissimi a causa di alcune esalazioni. Inizia a raccontarsi tra braci e chitarre, quando il sindaco che ha già i segni della malattia sul viso gli dice di avere un solo rammarico, di non conoscere il mare. E lui lo racconta, mettendoci tutta la notte, perché nel mare c'è la balena, i pirati, le speranze, gli emigranti, quelli che arrivano, le lacrime delle donne. Ci mette tutta la notte. Ecco, bisogna continuare a portare il mare. A furia di farlo la gente prima o poi lo vede”.

Tanti gli interventi dei giffoner, molti dei quali hanno confessato la loro passione per le parole e l'ansia di fronte al foglio bianco da riempire. A chi gli ha chiesto consigli, De Giovanni ha detto: “Bisogna decidere se essere scrittore di storie o di parole. Io sono uno scrittore di storie, non parlo mai di me stesso, né c'è un personaggio che mi assomiglia. Ma se si vuole essere scrittori di parole, bisogna avere il coraggio di scattarsi delle foto e di mettersi a nudo. Se si avverte questa esigenza vuol dire che un motivo c'è, e allora è inutile scappare”.

Ma come si fa a individuare la storia giusta? “La ricerca isterica dell'originalità porta a scrivere cose irreali – ha spiegato – La tragedia greca ha già esaurito tutto e basta aver fatto una buona terza elementare, senza troppe assenze, per avere tutti gli strumenti per poter diventare uno scrittore. L'originalità non si trova per caso, è nella voce di ognuno di noi. Ricordate sempre una cosa: l'imperfezione è sacra. A forza di piallare la tavola di legno sarà uguale alle altre. Meglio lasciarla così, con le sue ruvidità. Conosco gente che rilegge il suo romanzo da anni: non ha senso, è come voler assomigliare a una foto del passato. Del resto lo diceva anche Leonard Cohen, è dalle crepe che entra la luce. E le crepe sono lontane dall'idea di perfezione”.

La curiosità dei ragazzi si è concentrata poi sul personaggio più amato, il commissario Ricciardi e sulle trasposizioni televisive dei suoi romanzi. “Le serie tv o i film tratti dai libri sono come le traduzioni – ha raccontato De Giovanni – è fondamentale delegare l'autonomia creativa. I Bastardi di Pizzofalcone e Ricciardi visti in televisione sono figli miei, anche se per esigenze di scena ho dovuto apportare delle modifiche ad alcuni personaggi, come ad esempio Marco Aragona, interpretato da Antonio Folletto. Mina Settembre è invece una storia diversa dalla mia. Per me sarebbe impensabile che un padre possa avere una relazione con un'amica della figlia e quindi ho tolto la firma. Sono felice che piaccia al pubblico, ma è un'altra cosa. Con le storie e le loro declinazioni su altre piattaforme puoi mettere una protesi a un ginocchio, ma non sostituire la colonna vertebrale”.

Prima di ricevere il Giffoni Special Award, lo scrittore napoletano ha voluto dedicare più di una riflessione ai giovani e a Giffoni. “Sono felicissimo di essere qui. Perché è la patria dei ragazzi. L'errore che più comunemente si commette è quello di dire che i giovani sono il futuro. I giovani sono il presente, un presente necessario”. Anche se le difficoltà, in una terra lacerata come Napoli, non mancano: “Scontiamo l'incuria drammatica che ha portato a fare crescere i livelli di disoccupazione e di dispersione scolastica. Se uno studente su tre abbandona i banchi è tutta manovalanza per la criminalità organizzata – ha denunciato – Essere qui a Giffoni è ancora più fondamentale perché con questo microfono posso urlare quello che penso. E non è scontato. Una volta, poco prima di registrare un'intervista televisiva, un ragazzo mi disse: parli del fatto che qui non c'è lavoro. E lo feci. Voi giovani siete qui e adesso, dovete alzare la voce e noi dobbiamo darvi il microfono”. Napoli di conflitti, Napoli di fratture, ma anche Napoli incantatrice e inguaribile bacino di storie e di ricordi. “Non potrei mai lavorare in un'altra città – ha ammesso – Qualche giorno fa ho incontrato Daniel Pennac che mi ha raccontato un aneddoto surreale. Era a cena con delle persone in un locale dei Quartieri spagnoli, quando passa un topo seminando il panico. Il ristoratore non si è scomposto e ha detto ai commensali: tranquillo, è vaccinato. Dove lo trovate un altro posto così?”.

Ufficio Stampa - Extratime -

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