

Batteri resistenti agli antibiotici sono presenti in alcuni prodotti ittici pescati nelle prossimità degli sbocchi delle fognature o impianti di depurazione, ma anche in alcune carni, bovine e suine, provenienti dall’estero. Questi i risultati di alcuni primi studi del Dipartimento di Medicina veterinaria dell’Università Federico II di Napoli, che hanno riguardato anche il litorale salernitano. Tra i prodotti controllati ci sono alcune seppie e polpi pescati, ad esempio, nel tratto del lungomare Trieste, antistante le Poste centrali. Così come in altre zone del litorale campano, nei pressi di sbocchi di fogne a mare o di depuratori, i ricercatori hanno trovato all’interno dei cefalopodi la presenza di batteri che sono resistenti agli antibiotici. Lo stesso è avvenuto con alcune carni di importazione, provenienti da alcuni paesi dell’Est Europa e dall’Asia. «Purtroppo l’abuso di antibiotici in campo umano e animale sta producendo germi ormai resistenti ai farmaci e proprio l’antibiotico-resistenza sarà il maggior problema del futuro per gli uomini e in generale per gli esseri viventi» ha sottolineato il professor Giuseppe Iovane , ordinario di malattie infettive alla Federico II, dipartimento di medicina veterinaria e produzione animale, uno dei maggiori esperti europei in campo delle zoonosi, le infezioni di origine animale che si trasmettono direttamente all’uomo.
Dall’uomo ai pesci: il giro vizioso. Una buona parte degli antibiotici assunta dagli esseri umani viene eliminata attraverso le urine e le feci e raggiungono l’ambiente. I depuratori non sono attrezzati per una totale depurazione di queste specifiche sostanze chimiche che quindi finiscono in mare. Ancora peggio se ci sono scarichi fognari non depurati. Mangiati dai pesci, questi fattori di resistenza hanno un passaggio nella catena alimentare. Lo stesso è accaduto con la carne proveniente dall’Est Europa e dall’Asia: recentemente un superbatterio, il “New Delhi”, una klebsiella, aveva contaminato della carne proveniente dalla Cina e arrivata in Toscana.
Il caso italiano e la prevenzione. «Devo premettere che l’Italia ha un piano nazionale di contrasto all’antimicrobicoresistenza e una cultura molto sviluppata nei controlli, per cui tutte le aziende sono soggette alle verifiche ispettive dei veterinari», ha ricordato il docente salernitano. Il professor Iovane ha spiegato che «attraverso un sistema chiamato “Classifarm” si può conoscere in tempo reale il consumo di antibiotici in ogni azienda di allevamento di tutti gli animali (carne e pesci, ndr ) rispetto alla media regionale e nazionale e quindi è in grado di dare una mappa precisa dei consumi, soprattutto per i farmaci salvavita, come la vancomicina e colistina che sono monitorate e a breve saranno eliminati dagli allevamenti animali».
Le raccomandazioni. Il docente di malattie infettive raccomanda, per evitare di alimentare la antibioticoresistenza dei batteri, di «non assumere farmaci senza prescrizione medica. Bisogna evitare il “fai da te” del mal di gola o della febbre, con l’assunzione di antibiotici consigliati dal passaparola o per tradizione. Va ricordato che molte patologie sono virali e su queste gli antibiotici non hanno alcun effetto, o meglio uno l’hanno, quello di un danno per chi li assume e per l’ambiente». L’esperto sottolinea con forza la necessità di «lavarsi bene le mani dopo aver manipolato ogni singolo alimento. Il passaggio di eventuali batteri avviene solitamente nel contatto con il pesce o la carne infetta alle mani che lo lavorano. Basta lavarsele, conservare separatamente i vari cibi e cucinarli per evitare problemi. Il maggior pericolo per la trasmissione all’uomo di questi batteri, infatti, è nella manipolazione e non nell’ingestione una volta che sono cotti». Vista la diffusione dei ristoranti che preparano pietanze di pesce o carni crude, il docente afferma: «Carne e pesce vanno mangiate preferibilmente cotti. Lo si può fare anche da crudi ma quando è indubbia la tracciabilità». Da qui la necessità di rispettare tutti i principi di sicurezza della filiera alimentare e che questa sia sempre ricostruibile da chi esegue un controllo, dalla produzione alla somministrazione degli alimenti. Ogni volta che si interrompe la tracciabilità, infatti, non c’è solo il pericolo di una frode commerciale ma il consumatore rischia anche dal punto di vista sanitario. E Iovane ricorda anche che le produzioni italiane di carne e pesce sono «tra le più controllate al mondo. Noi italiani scopriamo molte cose che non vanno solo perché facciamo una quantità enorme di controlli, che rendono le produzione Made in Italy tra le più sicure al mondo».
FONTE: La Città
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