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Niente incubatrice e ambulanza, nasce bimba con gravi disabilità

10/06/2021

Un taglio all’addome, i primi vagiti, il miracolo della vita ed un variegato ventaglio di possibilità. La descrizione d’un attimo che può cambiare tutto. Basta un errore, basta imboccare la porta sbagliata tra le migliaia di sliding doors parate dinanzi ad una piccola, grande anima in fasce per pregiudicare un’esistenza. Un deficit dello sviluppo delle funzioni intellettive. «Molto verosimilmente, la neonata non sarebbe andata incontro ai danni ipossici cerebrali responsabili della paralisi cerebrale e del ritardo cognitivo »: si legge nelle pagine d’una perizia, in calce alla quale figurano le firme di tre nomi grossi della medicina, allegata all’atto di citazione che una famiglia battipagliese ha presentato al Tribunale ordinario civile, trascinando dinanzi ai giudici i vertici dell’Azienda ospedaliera universitaria “Ruggi” di Salerno. Francesca (nome di fantasia) ha sei anni, una mamma ed un papà follemente innamorati di lei, un sorriso contagioso ed uno zainetto pieno zeppo di sogni. Ed ha un ritardo mentale. E una diplegia spastica, una forma di paralisi cerebrale che colpisce entrambe le gambe. «Danni permanenti causalmente ricollegabili all’inidonea condotta posta in essere dai sanitari del presidio ospedaliero di Salerno», si legge nella domanda giudiziale dei genitori di Francesca, difesi dagli avvocati Emilia Abate e Rosaria Maria Rizzo.

Pareva novembre. Rimembranze d’un giorno che cambiò ogni cosa: era il 2014. Era settembre, ma pareva novembre: la pioggia, i tuoni, i lampi. I genitori di Francesca ricordano tutto, per filo e per segno. La piccola era nel grembo della madre: fino a sette giorni prima, quell’utero lo aveva condiviso con una bimba mai nata, una gemella. Un feto morto alla 32esima settimana, quando mamma Giovanna (nome di fantasia, pure questo) fu immediatamente ricoverata al “Ruggi”. «Nel corso della settimana – l’accusa nella citazione – non viene assolutamente praticata la terapia con tocolitici beta-stimolanti, raccomandata in tutte le linee guida nazionali ed internazionali ». I tracciati cardiotocografici erano tutti rassicuranti. Tutti tranne uno, alle 8,18 del giorno in cui Francesca avrebbe visto la luce: emergeva «la decelerazione variabile atipica con discinesia uterina», un segnale di ipossia (tradotto dal “medichese”, indica una carenza d’ossigeno) con un disturbo della contrattilità muscolare dell’utero che «avrebbe dovuto condurre ad un immediato taglio cesareo». E invece s’attese per più di tre ore e mezza, e l’intervento chirurgico fu eseguito solo alle 11,58. Quando Francesca vide la luce, «presentava immediatamente una grave depressione cardio-respiratoria». Il battito del cuore era lento e irregolare: la piccola fu rianimata, poi intubata. «Nella cartella clinica - si legge nell’atto d’accusa all’azienda ospedaliera - non c’erano neppure trascritti i tempi d’attuazione e vengono riportati valori dell’ossigenazione irreali, quindi non misurati o errati».

L’incubatrice “fantasma”. A Francesca serviva un’incubatrice, ma «solo dopo la nascita i sanitari s’accorsero che non c’erano incubatrici a disposizione». Una corsa contro il tempo: Francesca andava trasferita nel reparto di Terapia intensiva neonatale d’un altro ospedale. A Salerno non c’era nemmeno l’ombra d’un posto letto, e così alle 15 Francesca fu affidata al servizio di trasporto neonatale d’emergenza. Descrizione dell’ennesimo attimo fatale: il ventilatore dell’incubatrice non funzionava. La bimba, novella Euridice, tornò indietro, ricacciata nell’Ade. Un calvario: alla Tin dell’ospedale “Santissima Annunziata” di Napoli, 62 chilometri più a Nord, Francesca c’arrivò soltanto alle 20,35. «Dopo otto ore e mezza dal parto». Ci rimase dieci giorni, fino alla stabilizzazione. L’ecoencefalo mostrava «un parenchima cerebrale lobare iperlucente in sede frontale bilaterale »: espressione d’una ipossia cerebrale «comparsa in periodo intrapartale e neonatale».

Sei anni dopo. Oggi le capacità comunicativo- relazionali di Francesca sono alterate: la bimba è iperattiva, ha difficoltà nel linguaggio e tende a camminare sulle punte, con supinazione del piede destro. La fisioterapia e la logopedia sono attività quotidiane per la piccola, che ha un ritardo mentale ed una diplegia spastica. E per la famiglia - e non solo - la colpa è dei camici bianchi del “Ruggi”. Accanto all’atto di citazione c’è una consulenza tecnica di parte: porta le firme di Andrea Di Lieto, professore ordinario di Ginecologia ed Ostetricia alla “Federico II” di Napoli, Gaetano Buonocore, vicedirettore sanitario dell’omonimo ospedale, e Paolo Ciliberti, pediatra del “Bambin Gesù”. «Se i sanitari - scrivono gli esperti avessero trattato farmacologicamente la minaccia di parto prematuro, diagnosticato la presenza di una decelerazione variabile atipica, eseguito il taglio cesareo in tempi più rapidi e si fossero preventivamente accertati della disponibilità di un’incubatrice, molto verosimilmente la neonata non sarebbe andata incontro a danni ipossici cerebrali responsabili della paralisi cerebrale e del ritardo cognitivo». Ed una volta nata, la prima assistenza avrebbe arrecato «un ulteriore contributo al danno cerebrale». Eppure «il caso non implicava la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà». Insomma, tuonano i consulenti, quell’intervento è stato «effettuato in modo imperito, imprudente, negligente, colposo e omissivo».

«Rendita vitalizia». L’accusa è rivolta ai camici bianchi del “Ruggi”. Ed ora la famiglia battipagliese trascina davanti al giudice Giuseppina Valiante (la prossima udienza si terrà l’11 ottobre) l’Azienda ospedaliera diretta da Vincenzo D’Amato, che per 6.859 euro s’è affidato all’avvocato Tullia Pisano, chiamata a sostituire la direttrice degli Affari legali, Eva Anzalone, familiare del medico che, all’epoca dei fatti, era primario del reparto: Giovanna ed il marito reclamano il risarcimento dei danni, il pagamento di 400 euro al mese (tanto costano la logopedia e la fisioterapia), d’ogni spesa medica e d’una rendita vitalizia a beneficio di Francesca, dal suo 18esimo al 65esimo anno d’età, fissata al triplo della pensione sociale, per via della «perdita totale di capacità lavorativa». Tutto a causa d’un attimo. D’un giorno di settembre. Anche se pareva novembre.

FONTE: La Città

Salerno - Cronaca -

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