

Poco prima di prendere l'aereo che da Venezia accompagnerà le Campionesse d'Italia a Catania con scalo a Roma, Martina Miceli si lascia andare ad una lunga confessione ai microfoni dell'ufficio stampa del club, ripercorrendo le tappe salienti di un'annata tortuosa conclusa nel miglior modo possibile. L’analisi del coach dell’Ekipe Orizzonte parte da lontano e si lega a tutti i singoli episodi che durante la stagione hanno permesso alla squadra di crescere attraverso l’identità personale di ognuna delle protagoniste, anche grazie al supporto delle figure che lavorano fuori dall’acqua: "In pratica è come se questo scudetto l’avessimo vinto più volte – ha detto Martina Miceli -, ma ogni volta ci sfuggiva la partita di mano. Anche oggi stava per accadere, ma tutto questo ha sicuramente un suo perché. Negli ultimi sei mesi le nostre ragazze hanno giocato con un macigno sulle spalle e per questo sono ancora più orgogliosa di queste donne, ma lo sono davvero di tutto lo staff. Per noi sono stati tutti importanti, non voglio dimenticare nessuno ma ognuno ha fatto il suo. Dagli istruttori di Ekipe, la nostra casa, quella dove c’è sempre chi pensa a non farci mancare nulla, fino alla nostra psicologa, al nostro medico sociale, l’ufficio stampa, la nostra Aurora Coppolino, Tania, Renato e ovviamente tutta la squadra. Abbiamo lavorato ventiquattro ore al giorno e ognuno ha fatto in modo che queste ragazze diventassero donne proprio in questi sei mesi, basti pensare che qualche giorno fa gli istruttori del nostro centro sportivo sono pure venuti a incitarci e fare il tifo per noi durante gli allenamenti. Non è stato facile, ma difficilissimo e logorante".
"Nell’ultima settimana abbiamo pianto tutte, perché sapevamo che sarebbe stato l’ultimo allenamento, l’ultima trasferta, l’ultima partita, l’ultima volta che stavamo tutte insieme. Ecco perché le nostre ragazze avevano questo macigno addosso e per questo sono ancora più orgogliosa delle donne che sono diventate. Quello che abbiamo vissuto oggi, come ho detto anche a loro, è stato l’inizio di qualcosa di nuovo. Ho ribadito a tutte che oggi stava a loro determinare che tipo di donne volessero diventare, per chi smette, che tipo di giocatrici volessero diventare, per chi continuerà a esserlo. Anche stavolta abbiamo dimostrato che, nonostante le difficoltà e malgrado il rientro in partita del Padova, non abbiamo mai smesso di crederci. Questo perché eravamo proprio convinte di vincere ed è ciò che ha fatto la differenza alla fine. Mi dispiace per le ragazze che smettono, soprattutto perché hanno dato tantissimo alla pallanuoto italiana e probabilmente in determinati casi avrebbero meritato un trattamento diverso, ma questa finale e questa vittoria le ripagano. Perché questa è la loro storia e doveva proprio concludersi così. È quel che ci siamo ripetute stamattina, quando ci siamo dette che la nostra storia l’avremo scritta noi anche oggi, pensando che quando faranno la calzetta racconteranno ai nipotini imprese come quella di stasera. Purtroppo per gli atleti funziona così, è accaduto anche a me e Tania - conclude l'artefice di tanti successi del Setterosa - Finché servi sei osannato, quando smetti di farlo vieni messo da parte. Forse in questi casi basterebbe invece dare un po’ di attenzione anche alle persone ed è proprio ciò che abbiamo fatto noi in tutti questi mesi. Oltre a pensare all’atleta ci siamo concentrate sulla persona, per ognuna delle nostre ragazze. Questa è stata la chiave di volta che ci ha permesso di uscire dal tunnel, nel quale ci siamo ritrovate tra gennaio e febbraio".
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