

Trema il pavimento sotto i piedi delle famiglie salernitane che hanno comprato casa a via Firmio Leonzio, nel cuore dell’area industriale, a due passi dai mega- serbatoi di gas. Tre mesi, i più lunghi di sempre per gli inquilini del fabbricato nuovo di zecca, in attesa che dagli uffici della Regione Campania qualcuno decida sul loro futuro. Lo hanno sentenziato le toghe della Seconda sezione salernitana del Tribunale amministrativo regionale della Campania, presiedute dal giudice Nicola Durante , accogliendo il ricorso proposto dalla “Sol Gas Primari”, colosso dell’ossigeno dai quartieri generali sparsi in ogni angolo d’Italia: pure a Salerno. Novanta giorni: è il tempo concesso ai vertici di Palazzo Santa Lucia per pronunciarsi nel bene o nel male - sulla legittimità delle case tirate su a pochi metri dall’opificio che produce gas tecnici, puri e medicinali. L’ennesimo round d’una disputa eternamente irrisolta, un braccio di ferro tra l’anima industriale e quella edilizia della città distesa all’ombra del Castello Arechi.
La guerra tra la fabbrica dei gas e i costruttori del palazzo di via Leonzio è lunga nove anni. Era il 2012 quando il Comune di Salerno rilasciò il permesso di costruire alla srl proprietaria di quei terreni. Via libera al cemento a due passi dalle “maxi-bombole”, «nelle immediate vicinanze - l’atto d’accusa della “Sol”, difesa dall’avvocato Marcello Fortunato - dell’opificio, ignorando lo speciale regime connesso alla presenza di attività industriali a rischio di incidente rilevante ». Una definizione che, tradotta dal “burocratese”, indica tutte le tipologie di stabilimenti che, per via della presenza di determinati quantitativi di sostanze pericolose, sono ritenute potenzialmente - seppur con basse probabilità - capaci di generare un incidente di grande entità ai danni di persone, cose ed ambiente.
Nell’elenco, che viene predisposto e periodicamente aggiornato dall’Ispra, Istituto superiore per protezione e ricerca ambientale, ente pubblico vigilato dal Ministero della transizione ecologica. Le fabbriche come “Sol” rientrano in quell’elenco. Proprio per questo, l’azienda dell’ossigeno s’è opposta a quel permesso di costruire. A marzo del 2014, quando a via Firmio erano già arrivate le gru, la maxi- impresa del gas chiese al Comune e al Comando dei vigili del fuoco «di verificare se, in sede di rilascio del permesso a costruire, è stata adeguatamente valutata la compatibilità di un complesso abitativo del tipo in costruzione con l’immediata vicinanza al nostro stabilimento».
Davanti ai giudici del Tar, l’affondo di “Sol Gas”: «Il Comando dei vigili del fuoco ha chiarito che il titolo a costruire rilasciato per il fabbricato non risulta valido ».Nel 2016, quindi, l’azienda s’è rivolta alla Regione Campania, invocando l’annullamento del permesso del Comune. Invano. Nel 2017 Palazzo Santa Lucia ha richiesto il dossier agli uffici di Palazzo Guerra: a Napoli le carte sono arrivate, ma non hanno sortito alcun riscontro. A febbraio 2020, la “Sol” ha depositato un’istanza “bis” in Regione. Di nuovo inutilmente. Il Comune ha reinviato le carte. Ancora invano. A settembre scorso, la diffida. Poi il ricorso contro la Regione - affinché il Tar le ordinasse di pronunciarsi, nel bene o nel male - difesa dall’avvocato Beatrice Dell’Isola : in giudizio s’è costituita pure l’impresa edile, patrocinata dai legali Antonio Bifolco e Alfredo Cincotti , alla quale il permesso fu volturato in seguito. Tant’è che, «in assoluta buona fede - si legge nella difesa dei costruttori - ha completato il progetto immobiliare, provvedendo all’alienazione dei manufatti agli attuali proprietari». Il palazzo, infatti, è pronto da un pezzo, ed è pure abitato. Da famiglie attese da tre mesi difficili, al termine dei quali la Regione (che ritiene «infondate » le doglianze della “Sol”, ché «la zona è stata oggetto di numerosi rilasci di titoli edilizi») dovrà pronunciarsi sulla legittimità d’un permesso di costruire un palazzo... già costruito.
FONTE: La Città
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