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L'importanza della psicologia al tempo del Covid: spunti e riflessioni sul benessere psicologico dei bambini

21/05/2020

di Cristiana Di Giovanni e Carmela Di Lorenzo * 

Pronti, partenza, via?
“Semaforo giallo” ai tempi del Covid-19.

Cos'è un’abitudine? Parte della nostra quotidianità, sfondo delle nostre giornate. Come tutti gli sfondi, spesso viene dato per scontato, finché non accade qualcosa che lo restituisce alla nostra attenzione, con tutta la sua importanza. Il Covid è arrivato prepotentemente, imponendosi nelle nostre vite come una “spada di Damocle” sospesa sulla nostra testa, pronto a condizionare tempi e spazi dei quali, fino a poco prima, ci sentivamo padroni. L'esplodere del virus, se da un lato è coinciso, per molti, con la sensazione di perdere il controllo sulla propria esistenza e con la sospensione della propria identità lavorativa e pubblica, dall'altro ha consentito di riscoprire il valore di una dimensione più introspettiva, lenta, fatta anche di piaceri familiari. La corsa agli obiettivi personali è stata messa temporaneamente in stand-by, per accogliere una dimensione futura incerta rispetto alla possibilità di fare programmi. In quanto figli di una società individualista, incentrata sui desideri e sui successi del singolo, ci è stata data l'opportunità di riflettere sul nostro essere parte di un tutto, e, inevitabilmente, su quanto le nostre decisioni influiscano sulla vita degli altri. Questo scenario ha aperto ad una nuova sfida: riscoprire il valore dell'appartenenza alla comunità. 

Quali saranno gli effetti della pandemia? È prematuro dire se l'impatto di questa vicenda determinerà cambiamenti rilevanti a lungo termine, tanto da considerarsi una sorta di spartiacque tra “un prima e un dopo il Covid”. Non abbiamo dati a sufficienza per determinare quali possano essere gli effetti psicologici del distanziamento sociale, di una solitudine protratta, di misure restrittive di tale calibro. Attualmente, emerge che le reazioni e i vissuti rispetto al lockdown variano in base alla maggiore/minore disponibilità di risorse, alla vicinanza alle zone focolaio, al grado di supporto percepito e alla presenza di eventuali conflittualità intrafamiliari.

Interessante è la comunanza di percezioni nell’immaginario comune e il loro evolversi da una fase all’altra: da nemico contro cui combattere in clima bellico, il Covid è ora divenuto presenza scomoda con cui negoziare una possibile convivenza. Nasce di continuo l’esigenza di rivedere i propri equilibri, instabili, precari, confrontandosi con una costante richiesta di riadattamento. Ne conseguono stress, affaticamento psico-fisico, emozioni contrastanti: da una parte la speranza e il sollievo di ritornare alla vita di prima, dall’altra ansia e preoccupazione, legate alla difficoltà nel delimitare una minaccia ancora presente. Questa complessità nel circoscrivere il pericolo può portare a sentirsi in un costante “stato di allarme”, strategico da un lato, se ci consente di non sottovalutare il rischio, preoccupante se diviene pervasivo, condizionando la nostra vita. Con la progressiva riapertura di tutte le attività commerciali e lavorative, oltre l’ansia del contagio, un'altra preoccupazione sorge spontanea per le famiglie con minori a carico. La mancata riapertura delle scuole pone ai genitori il difficile compito di riuscire a equilibrare le esigenze lavorative con le incombenze della vita familiare, lasciandoli spesso esausti e senza adeguato supporto.

In molti si chiedono: “Quale effetto ha avuto e avrà il lockdown sui bambini?”. Abbiamo provato a chiederlo direttamente alle famiglie. E. ci dice: “Mio figlio C. è pieno di paure e si rifiuta di uscire. S. ha iniziato ad uscire con me, ma è sempre stranita per strada e si preoccupa se vede gente senza mascherina. Io mi sento un po' depressa, alterno momenti di tristezza profonda con pianti (di nascosto dagli altri), a momenti di tranquillità… Faccio comunque tutto quello che ho da fare, ma con molta fatica” o ancora G. ci dice: “Il Covid ha stravolto un po' la vita di tutti. Per i bimbi si sono perse tutte le regole, i ritmi quotidiani. Per i compiti abbiamo molto faticato. All’inizio facevamo torte di continuo, pizzette per ingannare il tempo, poi sono subentrati paura e tristezza. Per ora siamo molto arrabbiati. Non è questo il mondo che sognavo per i miei bambini”. Probabilmente questo periodo ha consentito ai più piccoli, grazie ad una maggiore presenza e condivisione dei genitori, di riscoprire una dimensione familiare rinnovata da tempi più umani. Dalle interviste emerge chiaramente come in questa fase noi adulti siamo stati chiamati a reinventarci di continuo, cercando di mettere da parte il nostro carico di preoccupazioni, per adattarci alle esigenze dei nostri figli, dando voce e acquietando i loro timori più profondi, cercando di offrire loro un mondo a colori.

Nonostante i nostri sforzi da funamboli, i bambini sono però molto reattivi a ciò che succede intorno a loro. Assorbono come spugne le nostre emozioni e i nostri “non-detti” senza avere, in molti casi, gli strumenti per rielaborare sul piano psicologico e cognitivo tale carico. Insonnia, incubi notturni, sbalzi di umore, episodi di rabbia, iper-attivazione e preoccupazione per la salute dei propri cari possono essere alcuni dei modi osservati nei nostri figli per “agire” le emozioni attinenti al periodo. Iper-protezione, ansia, rabbia, smarrimento, il possibile rimando dei genitori in queste due prime fasi. Agli albori della fase tre, si aprono nuovi scenari: corsa sfrenata ai negozi, ai bar, ai parchi, agli uffici, cercando, in qualche modo, di ritornare alla vita di prima, di dimenticare, attuando meccanismi di negazione. Ma fin quando è possibile? L. ci dice:” L’altro giorno sono rientrata in ufficio, dopo quasi due mesi. Ero emozionatissima, avevo il cuore a mille e, intanto che indossavo la mascherina, mi rendevo conto dell’ultima sensazione emotiva di “paurissima” e il clima surreale, di quando ho lasciato l’ufficio.”.

In questa fase di ripresa, finalmente “liberi”, sta ad ognuno la possibilità di trovare la propria “via”, che connetta la libertà e il mantra onnipresente “non abbassare la guardia!”. Il semaforo è ancora acceso, dal rosso al giallo, ma pur sempre in stato di allerta. Anzi, se il rosso fornisce indicazioni nette, chiare ma paralizzanti, il giallo mira all'autogestione, apre spazio al dubbio, in un continuum tra incoscienza e prudenza eccessiva. E noi, dove scegliamo di collocarci?

* Psicologhe

foto da la fiondadidavide.it

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