

di Maria Francesca Troisi - Cronache
Claudio Tortora, attore e autore, fondatore e direttore artistico del Teatro delle Arti, direttore artistico e ideatore del Premio Charlot, racconta la crisi di un settore, quello dello spettacolo, che sembra diventato invisibile e dimenticato da tutti, in primis dal Governo. La filiera dello spettacolo occupa migliaia di lavoratori, tanti dei quali sono lavoratori "ad intermittenza", quindi senza alcun sussidio economico. Paradossale che questa mancata attenzione avvenga proprio in Italia, Patria della cultura e dell'arte. Il settore dello spettacolo è stato ancora una volta dimenticato dal Governo... «Ahimè sì; da tempo sto cercando di sensibilizzare sulla questione. Ho inviato una lettera al Presidente della Regione De Luca, chiedendo di garantire un contributo per tutti i lavoratori dello spettacolo. Ho aggiunto anche una proposta per l'estate, sperando di avere degli spazi all'aperto che permettano di distanziare le persone, per non fermare del tutto, ancora, il nostro lavoro».
Hai ricevuto una risposta?
«So che il Comune si sta interessando alla proposta, ma è ancora tutto "in forse". La Regione ha già fatto sapere, però, che sta studiando un piano per il nostro settore, attenzione non ricevuta invece dal Governo». Le varie associazioni di categoria avevano avanzato al Governo e al Ministro Franceschini delle proposte, che sembrano cadute nel vuoto. «Il nostro problema è che non siamo rappresentati, non abbiamo un sindacato e non siamo neanche uniti».
Secondo te, perché?
«Perché da sempre il mondo dello spettacolo è stato un mondo a sé; ognuno ha guardato il suo orticello, e non c'è mai stata un'unione vera. In questo momento immagino uno sciopero dello spettacolo».
In cosa consisterebbe?
«Cinema chiusi, teatri chiusi, certo già lo sono, ma anche televisioni "chiuse", senza film, fiction, niente radio, niente musica, solo così forse si capirebbe cosa significa vivere senza di noi. A causa del virus siamo completamente in ginocchio; siamo quelli che ci siamo fermati prima di tutti e quelli che partiranno più tardi di tutti».
Quando prevedi una possibile ripartenza? Parlavi dell'estate: questi spettacoli sarebbero concepiti in forma gratuita?
«Qui deve subentrare il sostegno del Comune e della Regione; per il nostro settore si dovrebbe fare un discorso a parte. Come teatro riusciamo a percepire un certo contributo, ma bisognerebbe pensare di dire - quest'anno avrete gli stessi soldi che avete avuto lo scorso anno, ma non dovete dimostrare niente, perché se siete stati chiusi cosa potete dimostrare? L'attività del teatro a stento riesce a pagare le spese, quando è bloccata è una tragedia. Vivacchiamo quando siamo a regime pieno, figuriamoci senza poter lavorare, e se viene anche meno il contributo dello Stato e della Regione, non riusciamo più a rialzarci».
A cosa è dovuta la mancata attenzione del Governo proprio nei confronti del nostro Paese, che è culla della cultura e dell'arte?
«Loro ne parlano sempre, anzi elogiano questo settore, ma quando devono sostenere queste attività non ci sono veri sostegni. Per alcuni c'è più attenzione, ad esempio per la lirica, che ha aiuti economici maggiori. Va detto poi che tanti, ultimamente, non trovando altre possibilità, si sono dedicati al mondo dello spettacolo: chi suonando il pianoforte, chi cantando...».
Questa improvvisazione può aver causato danni?
«Può aver sicuramente causato danni. Sono persone che comunque hanno anche un'altra attività; dovrebbe quindi esserci una distinzione tra chi lo fa per lavoro e chi per hobby e "pura" passione. Ci dovrebbe essere una regolamentazione, ma come dicevo prima, nessuno si è mai preoccupato di fare squadra».
Questa mancata unione pesa?
«Pesa moltissimo. Ho cercato di scuotere l'attenzione comune, sui social, chiedendo a Conte come sia possibile che nelle sue dirette faccia diventare invisibile il mondo dello spettacolo. Eppure tv, giornali, radio, in questi giorni hanno "preso" tanto dal nostro settore, altrimenti avrebbero dovuto chiudere anche loro "per il Covid"».
Si vede al settore come un mondo di privilegiati, dimenticando tutte le maestranze che non hanno compensi "da star"...
«Ora come ora si salvano solo gli attori e i cantanti di fama, ma tutti gli altri, tutto il meccanismo che si muove dietro di loro, tecnici, fonici, operai, scenografi, ma anche semplicemente il cantante e il musicista che suona nei locali o ai matrimoni, in questo momento come fa a mangiare? Non hanno alcun sussidio, non c'è cassa integrazione, non c'è bonus, non hanno nulla. Bisogna partire dal basso, quando si pensa a noi non si può pensare a Vasco Rossi, ma a tutti quelli che lavorano "dietro le quinte". Il nostro è un settore importante, l'Italia è la patria della cultura. Volutamente però non è un settore regolamentato, perché deve essere politicizzato».
Cosa chiederesti a De Luca e al Governo?
«Alcuni provvedimenti; prima di tutto di stanziare il contributo in base a quello che si è prodotto nel 2019, e poi sicuramente un sussidio per tutti coloro che hanno partita Enpals e che lavorano nel campo dello spettacolo. Che il bonus di 600 euro vada a tutti. Se chiude il teatro, ad esempio, vanno a casa tutti coloro che lavorano per il teatro: chi è al botteghino, chi lavora in segreteria, le hostess, i tecnici, gli addetti stampa...».
C'è il rischio che alcuni teatri non riaprano?
«Sì, il rischio è molto serio, perché le spese sono tantissime. Per mantenere un teatro come il nostro, ad esempio, ci vogliono circa 12mila euro al mese. Riesce a mantenersi perché riceve anche i contributi, altrimenti non ce la farebbe. Basta pensare che uno spettacolo costa tra gli 8500 e i 13 mila euro, il mio teatro fa 500 persone, e con l'abbonamento di 25 euro incassiamo circa 10 mila euro a spettacolo, lordi. Togliendo il 25% di Siae, le spese, dimezziamo le entrate. Quei 5 mila ci vengono ridati dallo Stato, in termini di sostegno, ma il guadagno? Quindi dobbiamo risparmiare per far uscire gli stipendi. Senza pensare che devi ammortizzare le spese che hai dovuto sostenere per mettere su un teatro: nel nostro caso si parla di un milione e mezzo di euro. Lo abbiamo in gestione da 16 anni, ma 100 mila euro di utili all'anno non li abbiamo avuti. Non lavorando significa dover pagare comunque delle somme, ogni mese costa più di 10 mila euro, e tenendo il teatro chiuso diventa difficile. Se passano mesi, come si fa? Si arriva alla chiusura. Il nostro settore dovrebbe essere sostenuto: facciamo cultura in un Paese in cui la cultura è sempre stata al primo posto. Non può essere all'ultimo posto durante un'emergenza».
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